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Capitolo 6 - IL VOLO CON IL PARAPENDIO
• Due parole sul manuale
PERCHÈ LA VELA RIMANE
• L'organizzazione
• Elementi legislativi
APERTA?
• Appunti di aerodinamica
• Cenni di meteorologia
• Il volo col deltaplano
I meccanismi che mantengono aperta la vela sembrano essere almeno tre e tutti
intervengono, in misura maggiore o minore, a seconda del "disegno" dell'ala e delle
• Il volo col parapendio
condizione di volo.
• Il parapendio
• Evoluzione strutturale
Pressione all'interno della vela: l'aria che entra dalle bocche gonfia la vela mantenendo,
• L'imbragatura
all'interno, una pressione uniforme grazie ai fori presenti sulle centine. Questo
• Il paracadute d'emergenza
meccanismo è l'unico ad intervenire durante la fase di gonfiaggio, mentre durante il volo
• Tecniche di pilotaggio
stabilizzato fornisce soltanto un (pur notevole) contributo. La pressione torna ad essere
importantissima in caso di chiusura, come hanno rivelato le "difficoltà" di riapertura che
• Al campo scuola
gravano sulle ali con poche bocche o con bocche quasi chiuse (ad es. Trilair).
• Lo stacco e il volo
• Giochi con il vento
Forza aerodinamica totale: la forza aerodinamica totale, che si genera quando un
• Voli alti
profilo alare vola con angoli di incidenza compresi tra quello di massima velocità e
• Il Volo
quello di stallo, offre, durante il volo, un notevole contributo al mantenimento
• La virata
dell'apertura. Il suo effetto, come insegnano i diagrammi Cp e Cr, è maggiore agli angoli
• Avvicinamento e atterraggio
di incidenza maggiori, e si riduce notevolmente per piccoli angoli.
• Autostabilità
• perchè la vela rimane aperta
Ecco perchè un parapendio che vola alla massima velocità ha maggior tendenza a
• Assetti inusuali 1
"subire" le turbolenze: al contrario, volando alla velocità di massima efficenza, si ottiene
un ottimo compromesso tra compressione e forza aerodinamica totale; questa, infatti, è la
• Assetti inusuali 2
velocità da tenere per minimizzare gli effetti delle turbolenze sull'ala (in altri termini, per
• Stallo
minimizzare le possibilità di chiusure).
• Paracadute e strumenti
È vero che, rallentando ulteriormente, la forza aerodinamica totale tende ad aumentare,
• L'arte del veleggiare
ma la compressione (su quasi tutti i modelli) invece si riduce, in modo che la somma dei
• Cenni di fisiologia
due meccanismi è inferiore rispetto a quanto si ottiene alla velocità di massima efficenza.
• Correzioni e suggerimenti
Resistenza offerta dalla vela: mentre questo meccanismo è pressochè ininfluente nelle
• Volate a volandia
condizioni normali di volo, può addirittura divenire prevalente in casi particolari. Si
pensi allo stallo paracadutale, quando non esiste la forza aerodinamica totale e la
pressione dell'aria è minima: la vela resta aperta scendendo con un alto tasso di caduta.
Non dimentichiamo che, in fondo, i già citati cupoloni rimanevano aperti esclusivamente
per resistenza.
DISPOSITIVI ANTI-CHIUSURA
Resta comunque il fatto che le ali attuali chiudono molto meno di quanto ci si potrebbe
aspettare in base alle loro notevoli prestazioni: questo brillante risultato è stato ottenuto
anche grazie ad almeno due "stratagemmi", che si oppongono alla chiusura o che
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accelerano le riaperture "spontanee": la
campanatura e lo svergolamento
(inverso rispetto a quello del
deltaplano).
Mentre in un'ala "piatta", la forza
aerodinamica che si genera nelle varie
sezioni è sempre verticale (dal centro
alle estremità alari) in un'ala
"campanata" la forza aerodinamica è
diretta "a raggiera". Questo fatto
comporta alcuni vantaggi di stabilità:
in primo luogo le estremità
●
alari, "tirando" anche verso
l'esterno contribuiscono a
Figura 6-25. Effetto della campanatura sulla direzione delle
creare e mantenere una
"linee di portanza": si noti l'effetto di mantenere distesa la parte
tensione trasversale nella vela
centrale.
stessa;
nel caso si verifichi una chiusura frontale centrale, le due semiali, anzichè
●
collassare verso il centro (come farebbero quelle di una vela "piatta") tendono a
favorire la distensione, e dunque la riapertura della vela;
nel caso, molto più frequente e meno preoccupante, di una chiusura laterale, il
●
carico si ridistribuisce sulla parte di vela ancora gonfia ed il volo mantiene
ugualmente una sua linearità, fintantochè la vela si riapre.
Lo svergolamento, cioè il differente
angolo di incidenza che il bordo
d'attacco presenta passando dalle
estremità alari alla parte centrale, è
complementare alla campanatura e ne
favorisce le funzioni.
In condizioni normali di volo, infatti,
le estremità alari hanno un angolo di
attacco maggiore rispetto al centro. In
tal modo una brusca riduzione
dell'angolo di incidenza lungo tutto il
bordo d'attacco (come accade entrando
in una discendenza) riduce
maggiormente la portanza nella
sezione centrale (angolo di incidenza
minore) rispetto alle sezioni laterali
(angolo maggiore): queste ultime
potranno dunque svolgere la funzione
Figura 6-26. Lo svergolamento, presente su alcuni modelli di
rima citata di "ridistendere" la vela.
parapendio, aiuta la riapertura e rende più graduale lo stallo finale.p
Lo svergolamento, inoltre, rende anche
più morbido e graduale lo stallo: infatti, proprio per il loro maggiore angolo di incidenza
(e per il fatto che i freni agiscono prevalentemente su di esse), le sezioni laterali stallano
prima di quella centrale che continua, ancora per qualche attimo, a generare portanza.
Nota: lo svergolamento "inverso" rispetto al deltaplano era una realtà nei primi modelli di parapendio. Le ali più
recenti hanno abbandonato questo "stratagemma" e lo svergolamento è nullo o, addirittura, le estremità alari
presentano un'incidenza inferiore (di 1 grado) rispetto alla parte centrale.
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Capitolo 6 - IL VOLO CON IL PARAPENDIO
• Due parole sul manuale
GLI ASSETTI INUSUALI 1
• L'organizzazione
• Elementi legislativi
• Appunti di aerodinamica
LE CHIUSURE E GLI ASSETTI
• Cenni di meteorologia
• Il volo col deltaplano
INUSUALI
• Il volo col parapendio
• Il parapendio
Le "chiusure" hanno sempre rappresentato una fonte di vivissima preoccupazione per chi
si avvicina al volo col parapendio e, in effetti, lo stesso termine contrasta ed annulla
• Evoluzione strutturale
quello molto più rassicurante di "paracadute" da cui "parapendio" evidentemente deriva.
• L'imbragatura
D'altro canto vi possono essere situazioni nelle quali si desidera aumentare il tasso di
• Il paracadute d'emergenza
discesa: "chiudere" una parte della vela (in modo da ridurre la superficie portante) è un
• Tecniche di pilotaggio
metodo che, dal punto di vista aerodinamico, non fa una grinza.
• Al campo scuola
• Lo stacco e il volo
Col passare degli anni, col miglioramento progettuale delle vele ed assecondando il
• Giochi con il vento
desiderio tipicamente umano di andare sempre un pò più in là, si è progressivamente
• Voli alti
ampliata la base di conoscenze su assetti di volo che possono senz'altro essere definiti
• Il Volo
"inusuali" e che sono, oggi, classificati in modo abbastanza preciso.
• La virata
• Avvicinamento e atterraggio
La chiara conoscenza, almeno teorica, di come si generano e di come possono essere
prevenuti o risolti, costituisce un importante bagaglio di sicurezza per il pilota, sempre
• Autostabilità
che non divenga, paradossalmente, uno stimolo a sopravvalutare le proprie possibilità ed
• perchè la vela rimane aperta
a sottovalutare i rischi che derivano dal prendere "alla leggera" queste situazioni. Molti
• Assetti inusuali 1
di tali assetti sono già stati superficialmente esaminati parlando degli errori nel controllo
• Assetti inusuali 2
dell'incidenza e degli errori in virata; alcuni di essi, ed altri, possono però presentarsi
• Stallo
anche "spontaneamente" in condizioni particolarmente turbolente (cioè quando l'errore
compiuto non riguarda il pilotaggio ma la valutazione delle condizioni meteo in
• Paracadute e strumenti
relazione alle proprie possibilità ed alla propria ala).
• L'arte del veleggiare
• Cenni di fisiologia
Vale dunque la pena di riesaminarli in modo più organico ed approfondito, premettendo
alcuni punti fondamentali:
• Correzioni e suggerimenti
●
La ricerca e l'esecuzione in volo di tali assetti sono un rischio puro (non
• Volate a volandia
controbilanciato, cioè, da importanti vantaggi), a meno che non vengano attuate
nell'ambito di un corso organico di Sicurezza In Volo (SIV per gli addetti ai
lavori), tenuto da istruttori qualificati ed esperti su questo tema. La serietà di un
simile corso sarà anche deducibile dalle misure di sicurezza adottate (che
debbono tassativamente comprendere un ampio specchio d'acqua sul quale fare
le manovre, nonchè una barca attrezzata per l'eventuale recupero).
Il paracadute di emergenza deve essere in piena efficienza (in realtà un corso SIV
●
dovrebbe comprendere una prova pratica di impiego, prova che può rendersi
prematuramente necessaria da errori compiuti durante i voli test).
Poichè i comportamenti in volo, specie durante anomale sollecitazioni, variano
●
anche notevolmente da parapendio a parapendio, non è lecito ritenere di saper
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eseguire una manovra indipendentemente dall'apparecchio utilizzato.
In effetti il principale obbiettivo di un corso SIV è quello di farci meglio comprendere
gli effettivi limiti operativi del nostro mezzo: quando il mezzo cambia le prove di volo
dovrebbero essere ripetute, sempre adottando le misure di sicurezza sopra citate.
UNA REAZIONE AERODINAMICA
"COSTANTE"
Come vedremo, all'uscita da una chiusura o da un assetto inusuale corrisponde, nella
maggior parte dei casi, una evidente tendenza della vela ad acquisire improvvisamente
una forte velocità orizzontale; questo fatto deve essere opportunamente previsto e
controllato, frenando.
La spiegazione aerodinamica è, questa volta, piuttosto semplice ed intuibile: quando l'ala
riduce (od addirittura annulla) la propria portanza, la velocità verticale aumenta
notevolmente. Non appena l'ala assume nuovamente l'assetto di volo, essa si trova
improvvisamente "caricata" dal peso del pilota, moltiplicato dalla velocità verticale
acquisita. Il profilo alare, nuovamente efficiente, reagisce all'aumento di carico nell'unico
modo che l'aerodinamica gli consente: con un rapido aumento della velocità orizzontale
(tendendo a schizzare in avanti).
Il pilota, tuttavia, dopo aver trasferito la sua velocità verticale alla vela, è ancora
piuttosto fermo in senso orizzontale: l'ala incontra dunque nello stesso pilota un ostacolo
all'avanzamento e, facendo perno su di esso, si abbassa rapidamente davanti a lui (nei
casi più estremi il pilota può addirittura "cadere dentro" alla stessa vela, con evidenti
problemi nell'azionare il paracadute d'emergenza).
Se la ripresa del volo, sempre partendo da una elevata velocità verticale, non avviene in
modo simmetrico, soltanto una parte della vela riprende a volare, trovandosi a sopportare
un carico ancora maggiore: la reazione di quella parte di vela si tradurrà, ancora una
volta, in un rapido avanzamento della semiala che può innescare collassi di vario genere.
Morale: all'uscita da una chiusura o da un assetto inusuale è estremamente importante
esser pronti a controllare l'impennata di velocità e le sue eventuali asimmetrie,
agendo per tempo sui freni, fino al ripristino di un assetto di volo rettilineo e simmetrico.
Ogni manovra di questo tipo comporta una notevole sollecitazione alla struttura.
UNA COSA DA TENERE A MENTE
Si vedono, a volte, allievi che "pompano" la vela sbattendo velocemente le braccia (che
impugnano i freni) in su ed in giù, quasi ad imitare il volo del fringuello. Se vi capita di
assistere ad un simile spettacolo, osservate il bordo di uscita: noterete che la convulsa
manovra non produce alcun effetto visibile e questo perchè l'agitato pilota scorda
l'inerzia legata alla trasmissione dei comandi. Dopo aver trazionato un freno (per
qualsiasi motivo) è necessario attendere almeno un secondo (o più) perchè la vela si
accorga del comando (in altri termini perchè lo "registri").
Per questo il freno può (ed in alcuni casi, come vedremo, deve) essere trazionato fino in
fondo, ma sempre in modo progressivo e mai scompostamente o troppo celermente.
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SMALTIMENTO DI QUOTA
Consideriamo dapprima alcune condizioni decisamente "artificiali" (che non si possono
generare spontaneamente): la spirale picchiata, le orecchie e lo stallo "B"; si tratta di
manovre che, per quanto non standard, offrono il vantaggio di aumentare il tasso di
discesa senza esporre a rischi eccessivi (specie le prime due).
SPIRALE PICCHIATA
Considerazioni generali. Con i primi parapendio la spirale picchiata veniva utilizzata
come sistema di discesa rapida in condizioni di ascendenza; oggi con apparecchi costruiti
per girare limitando al minimo la perdita di quota, tale configurazione non è di certo la
più adatta a raggiungere lo scopo.
Infatti le attuali prestazioni dei mezzi consentono una discesa rapida in spirale picchiata
solo per valori molto alti di rollio e quindi sottoponendo la struttura ad un notevole
sforzo ed il pilota ad altrettanto stress.
Considerazioni aerodinamiche. In spirale picchiata stabilizzata il carico alare e, di
conseguenza, il fattore di carico, aumentano proporzionalmente all'aumentare dell'angolo
di rollio. È chiaro che all'aumentare dell'angolo di rollio aumenta la forza centrifuga e
quindi, di fatto, il peso totale, con conseguente aumento di tutte le velocità, sia quella di
stallo che quella massima.
Ad angoli di rollio elevati si possono raggiungere, col parapendio, 3.5-4 G, valori
inferiori ai limiti massimi di carico per un apparecchio nuovo, ma di tutto rispetto se si
pensa che la soglia dell'oscuramento della vista inizia, nelle accelerazioni di tipo
positivo, proprio a 4 G.
Induzione. Abbassare in modo graduale un freno inducendo una rotazione via via più
veloce ed un rollio sempre maggiore; è necessario avere la pazienza di attendere la
risposta dell'ala, che deve sempre mantenere una buona velocità (il rischio, ovviamente,
è quello uno stallo d'ala).
Per facilitare l'innesco della spirale picchiata è consigliabile portare il peso del corpo
all'interno della virata, tenendo conto dell'eventuale azione degli incroci sulla selletta; è
anche possibile eseguire l'ingresso dopo alcune inversioni di rollio che accelerano il
raggiungimento dell'inclinazione e della velocità necessarie.
Manovra di recupero. Così come nell'induzione, anche in uscita il comando deve essere
rilasciato gradualmente, affinchè non si generino brusche derapate dell'ala.
Quando il sistema ha sfogato tutta la sua energia cinetica l'ala si troverà in una
condizione vicina allo stallo dinamico, in relazione dell'angolo di rollio raggiunto.
Essendo la ripresa caratterizzata da una picchiata dell'ala, il pilota dovrà esser pronto a
frenarla, smorzando le oscillazioni.
Errori o rischi. Un affondo troppo deciso ed eccessivo del comando può provocare
l'entrata dell'ala in vite piatta negativa; rollio e forza centrifuga devono svilupparsi
gradualmente perchè l'ala possa mantenere, anche nella parte più interna della curva, una
velocità superiore a quella di stallo. Un rilascio troppo brusco determina una derapata
dell'ala molto marcata e la condizione di stallo dinamico viene raggiunta quando il pilota
non ha ancora smaltito tutta la forza centrifuga: il probabile risultato è un collasso
asimmetrico.
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ORECCHIE (Chiusura bilaterale controllata)
Considerazioni generali. È la contemporanea chiusura
del bordo di attacco delle due estremità alari: si tratta di
un metodo di discesa rapida (3-5 m/s) ampiamente
utilizzato sulle ali allungate, poichè consente un
discreto controllo dell'entità della chiusura e, quindi,
della velocità di discesa, permettendo anche un minimo
di manovrabilità. Anche l'uscita, se simmetrica, è poco
traumatica e questo spiega la notevole diffusione della
manovra.
Considerazioni aerodinamiche. La manovra determina
una riduzione della superficie alare, "eliminando"
temporaneamente dal gioco le due estremità: sulla parte
restante grava l'intero carico ed aumentano, quindi,
tutte le velocità (compresa quella di stallo!). Inoltre le
Figura 6-27. Le "orecchie" consentono un
rapido smaltimento di quota in una
modificazioni di forma dell'apparecchio ne riducono
configurazione relativamente stabile.
l'efficenza, aumentando ulteriormente la componente di
discesa verticale rispetto all'avanzamento.
L'azionamento dell'acceleratore consente di incrementare ulteriormente il tasso di discesa
(fino a 8/10 m/s).
Induzione. Si tratta di far collassare, contemporaneamente, le due estremità alari
richiamando verso il basso la corrispondente porzione del bordo d'attacco. In genere è
sufficiente trazionare verso il basso un solo cordino per lato: quello che, partendo dalla
bretella anteriore, raggiunge il bordo di attacco nella parte più esterna della vela. La
manovra viene effettuata partendo dalla posizione di massima velocità (freni allentati,
ma sempre impugnati) e non pone particolari problemi (i cordini sottili tagliano... quindi
attenti se volate a mani nude).
La direzione di un parapendio con le "orecchie" può essere controllata dal pilota
attraverso lo spostamento del proprio peso (dalla parte verso cui si desidera virare),
ovviamente in modo meno rapido e preciso di quanto avviene, nel volo normale,
utilizzando i freni.
Manovra di recupero. Lasciando andare i cordini prima trazionati potremo constatare
se la nostra vela appartiene alla categoria di quelle che si riaprono spontaneamente dopo
questa manovra, oppure se è una vela che "tiene le orecchie". Nel secondo caso sarà
necessario affondare dolcemente qualche volta i freni, fino alla completa riapertura.
Errori o rischi. Una trazione asimmetrica condurrà ad una chiusura laterale (collasso
asimmetrico - vedi); se la trazione si trasmette ad altri cevetti anteriori (ad esempio
afferrando il cavetto centrale troppo in basso, vicino al moschettone) si può verificare
una chiusura completa del bordo di attacco (collasso frontale - vedi), condizione
decisamente più difficile da gestire.
STALLO "B"
Considerazioni generali. Lo stallo "B" prende il nome dalle bretelle intermedie (le "B",
appunto) che bisogna trazionare per effettuarlo, ed ha in comune con lo stallo il drastico
abbassamento, fino all'annullamento, della portanza (che consegue alla "distruzione" del
profilo alare).
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È un metodo molto efficace di discesa rapida e riveste dunque notevole importanza per la
sicurezza (quando, per pericolo o necessità, si debba smaltire quota rapidamente); si
tratta di un assetto che richiede l'intervento del pilota (non può verificarsi
spontaneamente) e che, se male eseguito, può generare situazioni anche molto critiche.
Considerazioni aerodinamiche. Si tratta di una deformazione progressiva del profilo
alare fino ad una sua scomparsa (quando il profilo stesso assume la forma di V,
certamente non ha più niente di "alare"). Le prestazioni aerodinamiche calano di pari
passo fino ad annullarsi: in queste condizioni il tasso di discesa si assesta sui 7-8 m/s in
assenza di avanzamento. L'esecuzione dello stallo "B" e l'uscita da esso determina
notevoli sollecitazioni alla struttura.
Induzione. Alzare le mani, mantenendo (ovviamente) l'impugnatura dei freni, fino ad
afferrare le bretelle "B" (se possibile, infilare le dita tra le funi subito sopra i
moschettoni, per poter garantire una manovra simmetrica), ed esercitare una progressiva
trazione verso il basso. Poichè la posizione di partenza comporta una elevata velocità
orizzontale (freni alzati), è importante esercitare la trazione gradualmente, permettendo
una riduzione della velocità e, conseguentemente, riducendo al minimo il pendolamento
di beccheggio dovuto all'inerzia del pilota.
La rottura completa del profilo alare coincide con un arresto (in senso orizzontale)
dell'ala, che viene percepito dal pilota come una "caduta all'indietro". È importante
mantenere la trazione sulle "B" fino ad una discesa stabilizzata; entro certi limiti, più si
tirano in basso le "B", più la velocità verticale aumenta (dal momento che la superficie
proiettata si riduce).
Manovra di recupero. L'uscita dall'assetto si effettua, quando si è ancora ad una quota
di sicurezza, rilasciando simmetricamente e con decisione (specie nell'ultimo tratto) le
bretelle, senza mai abbandonarle per evitare riprese al volo in modo asimmetrico. Come
sopra accennato, l'ala reagisce al ripristino del profilo alare con un rapido avanzamento,
che dovrà essere opportunamente contrastato dall'azione sui freni.
Errori o rischi. Il rilascio troppo lento delle "B" (specie nell'ultimo tratto) può causare
l'entrata in stallo paracadutale stabile (vedi). Il rilascio troppo brusco od asimmetrico,
può causare una rapida autorotazione dell'ala che a volte può tradursi in vite piatta
negativa (vedi).
La "stabilità" dello stallo "B" è garantita dal mantenimento di un profilo a V lungo tutta
l'ala: se la "cresta" centrale si rompe (eccessivo allargamento delle braccia) il bordo
d'attacco può ripiegarsi in basso e si verifica un collasso simmetrico (vedi).
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Capitolo 6 - IL VOLO CON IL PARAPENDIO
• Due parole sul manuale
ASSETTI INUSUALI 2
• L'organizzazione
• Elementi legislativi
• Appunti di aerodinamica
CHIUSURA LATERALE (Collasso asimmetrico)
• Cenni di meteorologia
• Il volo col deltaplano
Considerazioni generali.La chiusura di qualche
cassone laterale è un evento estremamente frequente e
• Il volo col parapendio
scarsamente pericoloso, grazie alle notevoli doti di
• Il parapendio
stabilità delle ali moderne. Nei casi (più rari) che
• Evoluzione strutturale
interessano una ampia superficie (fino a metà vela), è
• L'imbragatura
importante intervenire in modo corretto e tempestivo,
• Il paracadute d'emergenza
soprattutto per contrastare pericolose autorotazioni.
• Tecniche di pilotaggio
Considerazioni aerodinamiche. Il collasso
• Al campo scuola
asimmetrico si verifica quando la semiala interessata, in
• Lo stacco e il volo
condizioni di turbolenza, assume angoli di incidenza
• Giochi con il vento
molto bassi o negativi. Il bordo d'attacco si ripiega su se
• Voli alti
stesso e la parte di ala retrostante si "sgonfia",
• Il Volo
collassando. Questo può verificarsi in turbolenza
• La virata
(entrando od uscendo da una termica) specie se si
• Avvicinamento e atterraggio
effettua una virata lasciando l'ala esterna
Figura 6-28. Chiusura laterale di media
• Autostabilità
entità; non pone particolari problemi di
completamente "scarica" (nessuna trazione sul freno
recupero.
• perchè la vela rimane aperta
esterno). Dopo la chiusura, le forze aerodinamiche
• Assetti inusuali 1
generate dalle due semiali risultano squilibrate e si
assiste ad una tendenza rotatoria (nelle ali attuali percepibile solo per chiusure piuttosto
• Assetti inusuali 2
ampie) e ad un rollio verso il lato della chiusura. Il carico alare aumenta
• Stallo
considerevolmente, così pure la velocità sulla traiettoria e la pendenza di quest'ultima. La
• Paracadute e strumenti
velocità di stallo risulta considerevolmente aumentata.
• L'arte del veleggiare
Se si innesca un'evidente la fase di rotazione l'ala aumenta ulteriormente il proprio tasso
• Cenni di fisiologia
di discesa e la propria velocità.
• Correzioni e suggerimenti
Prevenzione. Per evitare (o limitare) questo inconveniente è senz'altro utile mantenere
• Volate a volandia
sempre una certa trazione sui freni (anche su quello esterno rispetto alla curva) evitando
di scaricare completamente una semiala. Inoltre è indicato, ai primi accenni di
"sgonfiamento", aumentare il carico alare della semiala "a rischio", spostando da quella
parte il peso del corpo. Attenzione, è importante sottolineare che la procedura di
prevenzione è esattamente opposta a quella di recupero (da eseguirsi quando il collasso
laterale si è già verificato).
Induzione. Esercitare una trazione decisa e a fondo di una delle bretelle "A" (destra o
sinistra), impugnando, se possibile, in corrispondenza del moschettone, e rilasciare
immediatamente. Entità e durata della rotazione dipendono dal disegno e dalle
caratteristiche dell'ala.
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Manovra di recupero. Chiusure modeste vengono recuperate autonomamente
dall'autostabilità dell'ala, eventualmente aiutate da qualche trazione sul freno della parte
collassata. Se la chiusura è più ampia e giunge ad interessare il 50% od oltre dell'apertura
alare è necessario intervenire in modo tempestivo, anche se una certa rotazione è
inevitabile.
Spostare il peso quanto più possibile dal lato della parte di ala ancora aperta, frenandola
nel contempo per limitare la rotazione. L'azione sul freno deve essere graduale per
evitare di mettere in stallo la parte che ancora vola (e che, ricordiamolo, sopporta l'intero
carico).
Una volta arrestata la rotazione, agevolare la riapertura della semiala collassata
trazionando in modo ripetuto il freno corrispondente.
Errori o rischi. Se si interviene prima con il freno, rispetto allo spostamento di peso, si
rischia di mandare in stallo la semiala aperta; la maggior parte delle ali attuali è in grado
di volare in modo accettabile anche con la metà della superficie velica: se la parte
collassata si intreccia nei cordini generando la cosiddetta "cravatta", ricordiamo che il
primo obbiettivo è quello di guadagnare un assetto stabilizzato e rettilineo con quello che
rimane a nostra disposizione (spostamento del peso e freno). Successivamente si potrà
intervenire trazionando i cavetti ingarbugliati o tirando, dal basso e dall'esterno, i cavetti
che vanno agli stabilizzatori laterali.
CHIUSURA FRONTALE(Collasso simmetrico)
Considerazioni generali. La chiusura dell'intero bordo di attacco è una configurazione
la cui pericolosità è più apparente che reale (posto che si disponga di sufficiente quota),
dal momento che il parapendio tende ad un recupero spontaneo anche senza l'intervento
del pilota.
Considerazioni aerodinamiche. Il collasso simmetrico si verifica quando tutta l'ala
assume angolo di incidenza molto basso o addirittura negativo; quando il bordo di
attacco si chiude, l'ala è decisamente meno efficiente, soprattutto per un repentino
aumento della resistenza di forma. L'avanzamento dell'ala, dunque, rallenta
considerevolmente e rimane indietro rispetto al pilota (che ha la sensazione di cadere e di
venir tirato all'indietro) con conseguente variazione temporanea di assetto ed incidenza.
L'aumento dell'angolo di incidenza costituisce, al tempo stesso, un correttivo favorendo
la riapertura.
Bisogna infine ricordare che, riducendosi la superficie portante, anche durante il collasso
simmetrico si verifica un aumento del carico alare, relativo con aumento della velocità di
stallo.
Prevenzione. È necessario evitare di farsi sorprendere ad angoli di incidenza troppo
bassi (freni rilasciati) volando in condizioni di turbolenza od in uscita da una termica. Si
deve inoltre evitare di lasciare che la vela avanzi troppo rispetto al pilota (fasi di
recupero da altri assetti inusuali, eccessivi pendolamenti) anticipandone per tempo il
rallentamento.
Induzione. Senza mai abbandonare i comandi, si esercita una trazione decisa ed a fondo
sugli elevatori anteriori, in corrispondenza dei moschettoni, rilasciandoli
immediatamente.
Manovra di recupero. La riapertura del bordo d'attacco, nei casi in cui non si completi
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spontaneamente, può essere agevolata trazionando entrambi i freni e rilasciandoli; è
necessario tenersi pronti a frenare la vela non appena questa riassume il normale assetto
di volo, per evitare le oscillazioni di beccheggio prima citate.
Errori o rischi. La trazione scomposta dei freni, oppure una successiva turbolenza,
possono determinare una riapertura parziale, portando l'ala ad un collasso simmetrico
anche esteso (vedi).
CHIUSURA CENTRALE CONTROLLATA (Corolla)
Considerazioni generali. La chiusura volontaria della parte centrale del bordo di attacco
(con relativa forma a "corolla") viene da alcuni considerato un metodo di discesa rapida
alternativo alle orecchie od allo stallo "B", nei riguardi dei quali, tuttavia, non offre
sostanziali vantaggi. Inoltre alcune vele non accettano questa configurazione ed entrano
subito in collasso simmetrico.
Considerazioni aerodinamiche. Come nel caso delle orecchie, la notevole riduzione di
superficie portante determina un netto aumento del carico alare; inoltre la forma "alare"
non proprio ortodossa, ha una efficienza decisamente modesta (quasi nulla). Ne
consegue un netto incremento della velocità verticale ed una riduzione dell'avanzamento.
Induzione. Al contrario di quanto visto per l'induzione delle orecchie, si trazionano
verso il centro ed in basso i cavi centrali delle bretelle anteriori (su alcune vele se ne
debbono tirare 2 per parte) fino a determinare il ripiegamento della sezione centrale del
bordo di attacco. L'aumento di resistenza ne determina un indietreggiamento rispetto alle
estremità alari, che lo circondano fin quasi a congiungersi sul davanti.
Manovra di recupero. È sufficiente lasciare i cavi anteriori ed aumentare l'incidenza
delle estremità alare esercitando una trazione simmetrica sui due freni.
Errori o rischi. Il rischio principale resta la rapida chiusura di tutto il bordo di attacco
(collasso frontale) quando si induce l'assetto; tale chiusura può verificarsi, con alcune
vele, anche effettuando la manovra prima descritta in modo "corretto".
STALLO D'ALA (Stallo asimmetrico)
Considerazioni generali. Lo stallo asimmetrico (stallo di una sola semiala) non è una
configurazione stabile, bensì evolve, se non viene prontamente interrotto, in una vite
piatta negativa, condizione decisamente critica (vedi).
Proprio per questo lo stallo asimmetrico deve suonare come un forte campanello di
allarme che, a volte, dura meno di un secondo.
Considerazioni aerodinamiche. Lo stallo di una semiala dà luogo, dalla parte stallata,
ad un annullamento della portanza e ad un brusco aumento della resistenza, mentre l'altra
semiala vola normalmente. Il parapendio, dunque, imbarda ed affonda verso la semiala
stallata, innescando una rotazione sempre più rapida, che non può interrompersi se non
vengono immediatamente rilasciati entrambi i freni.
Prevenzione. È un assetto di volo causato esclusivamente dal pilota, ed indica una scarsa
conoscenza dei limiti operativi della propria ala. Tipicamente si verifica quando, volando
molto lentamente (con un angolo di incidenza prossimo a quello di stallo) si affonda
ulteriormente uno dei due freni (magari nel "tentativo" di sfruttare al massimo una
ascendenza debole); su alcune vele, sempre volando al limite dello stallo, può essere
sufficiente lo spostamento del peso del pilota. Come si vede, il rischio è limitato ai
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momenti in cui si vola prossimi alla velocità di stallo e la prevenzione consiste nel
conoscere bene il proprio mezzo (tenendosi a distanza di sicurezza dai suoi limiti
operativi) e, comunque, nell'acquisire sempre un poco di velocità prima effettuare le
virate (ricordate di "osservare", ogni tanto, la posizione delle mani -e dunque dei freni-,
poichè, immersi nel tentativo di "galleggiare ad ogni costo", si può perderne la
percezione).
Induzione. In volo rettilineo, rallentare gradualmente fino alla velocità di "prestallo",
quindi affondare ulteriormente un freno in modo da stallare l'ala interessata, rilasciando
immediatamente entrambi i comandi e mantenendoli in una posizione intermedia. È
importante tenere a mente che, durante la manovra, l'ala diviene incontrollabile, entrando
in una rotazione accentuata.
Prima di poter effettuare qualsiasi ulteriore manovra è necessario che venga ripristinato il
normale assetto di volo.
Manovra di recupero. Rilasciare prontamente e contemporaneamente entrambi i freni,
mantenendoli (anche in assenza di trazione su di essi da parte della vela) all'altezza delle
orecchie. L'ala effettua una rapida picchiata che è necessario controllare, frenando, per
limitare l'oscillazione conseguente.
Errori o rischi. Attendere troppo nell'intervenire consente l'evoluzione a vite piatta
negativa (vedi).
VITE PIATTA NEGATIVA(Stallo asimmetrico
mantenuto)
Considerazioni generali. La vite piatta negativa si innesca come evoluzione dello stallo
asimmetrico e, più precisamente, quando l'ala che ancora vola raggiunge un'elevata
velocità angolare (cioè ruota molto rapidamente) "stabilizzandosi" in una rotazione
rapida e continua.
Proprio per le sue caratteristiche (struttura "molle", notevole distanza tra baricentro e
centro di spinta, cioè tra il pilota e la vela, numerosità dei cavetti) il parapendio è
particolarmente vulnerabile allo stallo ed ancor più alla vite piatta, specie se questi si
producono partendo da velocità relativamente elevate (alti valori di energia cinetica):
l'esito è allora imprevedibile, poichè i ritardi del pilota rispetto all'ala possono tradursi in
twist (torsione delle bretelle) od annodamenti con evidenti problemi di manovrabilità.
La vite negativa non controllata, e le configurazioni che la possono complicare,
rappresentano una delle cause più frequenti di impiego del paracadute di emergenza.
Considerazioni aerodinamiche. In uno stallo asimmetrico mantenuto, la resistenza
della semiala stallata è chiaramente molto alta ed il suo contributo al sostentamento
praticamente nullo: essa diviene, pertanto, il perno di un sistema attorno al quale l'altra
semiala, caricata dall'intero peso del pilota, ruota sempre più celermente. Un'elevata
velocità orizzontale al momento dell'induzione, genera dei ritardi tra pilota ed ala, con
disassiamenti verticali tanto più marcati quanto maggiore era l'energia cinetica iniziale.
Prevenzione. Valgono, ovviamente, le stesse norme esposte per lo stallo asimmetrico
(che può essere considerato la fase iniziale, ancora ben correggibile, della vite piatta
negativa).
La fase di stallo asimmetrico può essere estremamente breve o, addirittura inavvertibile,
quando si compiono manovre che favoriscono l'evoluzione rapida in <-2>vite (manovre,
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cioè, che favoriscono l'alta velocità rotatoria della semiala non stallata): si deve dunque
evitare di frenare eccessivamente un'ala rilasciando, contemporaneamente, il comando
controlaterale.
Comunque, prima ancora che la vite, deve essere evitato lo stallo asimmetrico (cioè
imparare a riconoscere i "messaggi" della propria vela).
Induzione. Nei corsi di SIV la vite piatta negativa, proprio per gli elevati rischi che
comporta, non viene sempre effettuata: si considera infatti più utile imparare ad evitarla,
inducendo e recuperando rapidamente uno stallo asimmetrico.
Manovra di recupero. Gli obbiettivi della manovra di recupero sono, sequenzialmente,
due:a) arrestare la rotazione, rimettendo in volo l'ala stallata;b) controllare e smorzare le
reazioni della vela ed i potenti oscillamenti che vengono a prodursi per l'elevata energia
cinetica accumulata e per i disassiamenti tra vela e pilota.
Il primo punto è, apparentemente, il più semplice: è sufficiente alzare il freno della
semiala stallata; non conviene, tuttavia, rilasciarlo completamente, altrimenti la semiala,
riguadagnando improvvisamente portanza, accelera notevolmente e può superare ed
"imbrigliare" l'altra. Come nello stallo asimmetrico, si devono portare i freni in una
posizione intermedia, pronti a smorzare l'avanzamento e la rotazione verso il basso
dell'intera vela. Per l'inerzia rotatoria del pilota, tuttavia, l'uscita non sarà mai lineare, ma
si produrranno oscillazioni molto accentuate che debbono essere contrastate ed attenuate
fino a riguadagnare un assetto di volo. Si deve inoltre scegliere il momento più
opportuno per la manovra di recupero: il freno della semiala stallata dovrebbe essere
rilasciato quando la vela si trova sulla verticale del pilota.
Dobbiamo comunque aspettarci un forte beccheggio che può evolvere in un collasso
asimmetrico (vedi); nei casi più gravi il pilota può addirittura finire dentro la vela.
Errori o rischi. La vite negativa è già un errore, come abbiamo visto, piuttosto grave.
Non attendere che il sistema si sia stabilizzato od eseguire interventi scoordinati ed
intempestivi può causare l'abbattimento di sbieco dell'ala con possibilità che la stessa
interferisca con la traiettoria inerziale del pilota.
Il tentativo di arrestare la rotazione agendo sul comando esterno al senso di rotazione
può provocare lo stallo totale dell'ala.
Qualsiasi tentativo di trattenere la rotazione o evitare l'abbattimento, frenando in anticipo
l'ala prima che abbia ripreso il volo, non farà altro che peggiorare la situazione e cioè
l'ala assumerà altre configurazioni non prevedibili.
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Capitolo 6 - IL VOLO CON IL PARAPENDIO
• Due parole sul manuale
STALLO
• L'organizzazione
• Elementi legislativi
• Appunti di aerodinamica
Considerazioni generali. La mancanza di una struttura rigida rende lo stallo con il
parapendio una condizione "temporanea", la cui evoluzione dipende dalla velocità con
• Cenni di meteorologia
cui questo viene indotto e dalle caratteristiche dei singoli modelli.
• Il volo col deltaplano
L'evoluzione "stabile" è rappresentata dallo stallo paracadutale (vedi), mentre quella
• Il volo col parapendio
"instabile" è data dalla chiusura dell'intera vela, il cosiddetto post-stallo (vedi),
sconosciuto con qualsiasi altro mezzo volante. Un caso particolare è dato dallo stallo
• Il parapendio
dinamico, che può verificarsi come conseguenza dell'uscita da altri assetti inusuali.
• Evoluzione strutturale
• L'imbragatura
Sullo stallo vero e proprio non ci soffermiamo oltre, avendolo già trattato nel capitolo di
• Il paracadute d'emergenza
aerodinamica e parlando delle tecniche di pilotaggio; basti ricordare che ogni buon
• Tecniche di pilotaggio
atterraggio viene in genere concluso con l'esecuzione di uno stallo completo.
• Al campo scuola
• Lo stacco e il volo
STALLO PARACADUTALE
• Giochi con il vento
• Voli alti
Considerazioni generali. Lo stallo
• Il Volo
paracadutale è una condizione
• La virata
relativamente "stabile" che può verificarsi
• Avvicinamento e atterraggio
e mantenersi anche dopo che sono stati
• Autostabilità
rilasciati i freni; nello stallo paracadutale
• perchè la vela rimane aperta
l'avanzamento è nullo e la velocità
• Assetti inusuali 1
verticale elevata.
• Assetti inusuali 2
Considerazioni aerodinamiche. Se il
• Stallo
superamento dell'incidenza critica di stallo
• Paracadute e strumenti
avviene molto gradualmente la vela, pur
• L'arte del veleggiare
smettendo di sviluppare portanza, può
rimanere comunque gonfia e non
• Cenni di fisiologia
riprendere un assetto di volo neppure
• Correzioni e suggerimenti
quando i freni vengono rilasciati, anche
• Volate a volandia
completamente. In questa configurazione
il paracadute "torna alle origini", frenando
la discesa per pura resistenza (come
Figura 6-29. Durante lo stallo paracadutale l'angolo di
facevano, del resto, i "cupoloni" dello
incidenza (prossimo ai 90°) non permette lo sviluppo di
portanza. È indispensabile far verificare attentamente la vela,
sbarco in Normandia) con velocità di
individuandone il difetto.
discesa che possono r<1>aggiungere e
superare gli 8 m/sec.
Induzione. Lo stallo paracadutale può essere indotto, nelle vele che lo "accettano", sia
da uno stallo effettuato in modo estremamente graduale, sia eseguendo in modo errato
l'uscita dallo stallo "B" (vedi).
Prevenzione. Poiché è piuttosto difficile indurre uno stallo paracadutale è molto
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semplice prevenirlo mantenendo sempre una ragionevole velocità di volo (evitando
angoli di incidenza eccessivi). Deformazioni strutturali, come l'allungamento dei cavetti
anteriori od una eccessiva regolazione dei trim posteriori, possono manifestarsi con una
tendenza della vela a raggiungere e mantenere tale configurazione. In questi casi è
necessario sottoporre ad una attenta verifica l'apparecchio (l'allungamento dei cavetti
anteriori è stata una anomalia frequente con i primi parapendio, risolta dalla adozione di
cavi "prestirati").
Manovra di recupero. Obbiettivo della manovra è quello di recuperare un angolo di
incidenza compatibile con il volo: questo può essere ottenuto trazionando in basso le
bretelle anteriori per qualche istante, rilasciandole e ponendo i freni in una posizione
intermedia (in modo da contrastare l'avanzamento rapido che caratterizza il ripristino
delle condizioni di volo). Più spesso, tuttavia, è preferibile affondare con decisione
entrambi i freni per poi rilasciarli parzialmente: in questo modo viene eliminato il
cuscinetto d'aria che, rimandendo intrappolato nell'intradosso, favorisce il mantenimento
dello stallo dinamico stesso. Con alcune vele è necessario indurre un'uscita asimmetrica
(trazionando un solo freno oppure una sola bretella anteriore) e recuperare rapidamente
l'eventuale collasso asimmetrico che può conseguire. In ogni caso il manuale di
istruzioni delle vele che possono andare in stallo paracadutale dovrebbe fornire
(quantomeno) istruzioni specifiche per prevenire o risolvere il problema.
Errori o rischi. Il recupero da questa condizione richiede comunque parecchia quota e,
quindi, la pericolosità dello stallo paracadutale è tanto maggiore quanto più vicini ci si
trova al terreno.
POST-STALLO
Considerazioni generali. Il post-stallo è un collasso parziale della vela che viene indotto
dalla trazione esagerata e mantenuta di entrambi i freni. È una condizione dalla quale la
vela tende ad uscire molto (troppo) bruscamente qualora i freni vengano rilasciati senza
alcun controllo da parte del pilota.
Considerazioni aerodinamiche. Da un punto di vista aerodinamico si tratta di uno stallo
(portanza nulla, elevata velocità verticale, limitata soltanto dalla resistenza della vela)
che permane finchè viene mantenuta la esagerata trazione sui freni. Se questi vengono
rilasciati del tutto, la vela riprende a volare con grande velocità (improvviso ed elevato
carico) schizzando in avanti ed in basso, potendo finire addirittura al di sotto del pilota
con gli intuibili rischi connessi.
Prevenzione. È una manovra esclusivamente volontaria che, pertanto, non richiede
alcuna misura di prevenzione.
Induzione. Accorciare temporaneamente i freni attorcigliandoli per uno o più giri
intorno alle mani, abbassarli progressivamente sino a superare l'angolo di stallo e
mantenerli in tale posizione sino a quando la vela, dopo un parziale sgonfiamento ed un
apparente arretramento, torna a "stabilizzarsi" sulla testa del pilota con oscillazioni più o
meno marcate.
Manovra di recupero. I freni debbono essere rilasciati in modo graduale, arrestandoli in
una posizione intermedia, per limitare l'entità dell'accelerazione e della picchiata che
conseguono il ripristino della portanza dell'ala. È molto importante effettuare questa
manovra osservando il comportamento della vela, in modo da poter anticipare e
correggere eventuali assetti asimmetrici che possono prodursi durante l'uscita dal
post-stallo.
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Errori o rischi. Il recupero deve essere effettuato dopo che la vela si è stabilizzata sulla
verticale del pilota (sia pur con leggere oscillazioni) e, come detto prima, i freni non
devono essere rilasciati completamente, bensì mantenuti in una posizione intermedia ad
evitare un eccessivo abbastimento della vela.
STALLO DINAMICO
Considerazioni generali. Per la mancanza di una struttura rigida, lo stallo dinamico del
parapendio può verificarsi solamente come risultato di successive oscillazioni di
beccheggio via via più ampie (od in seguito ad una singola oscillazione "estrema" che
può conseguire al recupero da un altro assetto inusuale).
Lo stallo, con relativa perdita di quota, si realizza mentre la vela è notevolmente arretrata
ed il pilota in posizione avanzata.
Considerazioni aerodinamiche. Come ricordiamo, uno stallo dinamico si determina
quando viene superato l'angolo critico di incidenza mentre la vela possiede ancora una
discreta velocità. Con il parapendio (alta resistenza, bassa velocità rispetto alle ali rigide)
questo assetto non può essere mantenuto e la vela tende ad eseguire una picchiata di
recupero, anche molto pronunciata.
Induzione. Frenare gradualmente e rilasciare i comandi, determinando una oscillazione
di beccheggio; amplificare successivamente tale oscillazione avendo cura di evitare,
nella fase di picchiata, un collasso frontale.
Manovra di recupero. Rilasciare parzialmente i freni mantenendoli in una posizione
intermedia in modo da limitare la successiva picchiata e smorzare, poi, l'oscillazione
residua.
Errori o rischi. Rilasciare completamente i freni è un errore che può determinare una
eccessiva picchiata di recupero, picchiata ulteriormente favorita dai ritardi di velocità del
pilota rispetto alla vela.
ACROBAZIA
Vale forse la pena di ricordare che l'acrobazia si fonda sulla esecuzione successiva di
manovre estreme, accuratamente pianificate in anticipo in modo da compensarsi od
accentuarsi l'un l'altra dando luogo a figure comunque previste e prevedibili.
Essa non ha nulla a che vedere con la improvvisazione di un pilota colto da inarrestabile
voglia di nuove emozioni, ma è invece il risultato di faticosi e ripetuti esercizi
attentamente studiati, lo ripetiamo, "a tavolino", sotto la guida di istruttori esperti in
questo campo. Anche per l'acrobazia valgono, ovviamente, le considerazioni di sicurezza
(specchio d'acqua, assistenza, quota minima, paracadute d'emergenza in perfette
condizioni) già esposte per i corsi di SIV.
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Capitolo 7 - PARACADUTE D'EMERGENZA E STRUMENTI
• Due parole sul manuale
IL PARACADUTE
• L'organizzazione
• Elementi legislativi
D'EMERGENZA
• Appunti di aerodinamica
• Cenni di meteorologia
• Il volo col deltaplano
CARATTERISTICHE
• Il volo col parapendio
• Paracadute e strumenti
Il paracadute d'emergenza per il Volo
• Il paracadute
Libero differisce dai paracadute da
• Il casco protettivo
lancio per alcuni aspetti molto
• Gli strumenti
importanti:
• Tre nodi utili
è un paracadute frenante,
●
leggero e di dimensioni
• L'arte del veleggiare
contenute; tuttavia, specie il
• Cenni di fisiologia
modello a calotta rientrante,
• Correzioni e suggerimenti
riesce a reggere lo shock di
apertura che, nel nostro settore,
• Volate a volandia
è sempre ridotto rispetto a
quello che consegue una caduta
libera: infatti, per quanto rotte
od annodate, le ali "principali"
(deltaplano o parapendio)
determinano comunque una
notevole resistenza che
impedisce di raggiungere le
velocità massime di caduta;
●
il fascio funicolare è collegato
Figura 7-1. Il paracadute d'emergenza per il volo libero.
all'imbrago del pilota per
mezzo di una fune di vincolo che, recentemente è stata differenziata tra
deltaplano e parapendio:nel primo caso, ad evitare che il fascio funicolare
dell'emergenza possa impigliarsi nelle strutture presenti, la fune di vincolo è
lunga 4-5 mt; nel secondo, per rendere più rapida l'apertura e per evitare
"bisticci" tra le due vele, essa è decisamente più breve (circa 1,8 mt);
da ultimo il paracadute d'emergenza per il Volo Libero è contenuto in una sacca
●
di lancio che consente di lanciarlo lontano dall'ala in forma compatta.
MANUTENZIONE
Non serve a nulla portarsi sempre appresso un paracadute se, al momento buono, questo
non è in grado di aprirsi; quindi la manutenzione deve essere attenta e precisa.
È necessario aprire il paracadute (a terra naturalmente) almeno una volta ogni 3 mesi,
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distenderlo in luogo asciutto per qualche ora (almeno 6 ore) e ripiegarlo seguendo
accuratamente le istruzioni del costruttore (evitando, se possibile, di lasciarlo alla luce
diretta del sole perchè anch'esso teme gli U.V). Bisogna inoltre lasciarlo asciugare
completamente, qualora si bagni, prima di ripiegarlo nuovamente; se l'acqua era salata
(caduta in mare) o sporca (rigagnoli tra i campi) è però necessario sciacquarlo
accuratamente con acqua dolce prima di lasciarlo asciugare. Controllare la solidità del
fascio funicolare e lo stato della fune di vincolo (in caso di dubbio rivolgersi al
rivenditore per una valutazione).
Nel volo delta, la fune di vincolo deve essere agganciata, con moschettone da 3000 Kg,
direttamente all'imbragatura.
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http:///stru/stru01.asp (2 of 2) [11/06/2001 14.56.19]
Capitolo 7 - PARACADUTE D'EMERGENZA E STRUMENTI
• Due parole sul manuale
IL CASCO PROTETTIVO
• L'organizzazione
• Elementi legislativi
• Appunti di aerodinamica
L'uso del casco è obbligatorio sempre, fin dalle prime fasi del campo scuola (ivi
compresa la corsa in piano): in queste condizioni la scatola cranica è sufficientemente
• Cenni di meteorologia
forte da resistere a botte lievi, ma il cuoio capelluto mostra una fastidiosa tendenza a
• Il volo col deltaplano
lacerarsi per un nonnulla. Il casco inoltre deve lasciare libere le orecchie (per permetterci
• Il volo col parapendio
di valutare la velocità relativa al vento) e deve essere leggero (infatti lo sosteniamo
durante tutto il volo con la muscolatura del collo).
• Paracadute e strumenti
• Il paracadute
La legge, finalmente, ha riconosciuto l'assurdità di utilizzare i pesantissimi caschi
• Il casco protettivo
motociclistici omologati e prescrive, più ragionevolmente, l'adozione di caschi "idonei".
• Gli strumenti
• Tre nodi utili
• L'arte del veleggiare
• Cenni di fisiologia
• Correzioni e suggerimenti
• Volate a volandia
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http:///stru/stru02.asp [11/06/2001 14.56.25]
Capitolo 7 - PARACADUTE D'EMERGENZA E STRUMENTI
• Due parole sul
manuale
GLI STRUMENTI
•
L'organizzazione
Prima o poi giunge per tutti il momento di chiedersi se sia il caso di affrontare ulteriori spese per
• Elementi
l'acquisto degli strumenti di volo.
legislativi
• Appunti di
Le opinioni non sono concordi: vi è chi sostiene che, volando sempre senza strumenti, si affinano le
aerodinamica
capacità di valutazione e, effettivamente, esistono piloti anche molto bravi, che non li usano nei loro
• Cenni di
voli "normali". D'altro canto, tutti coloro che fanno gare li impiegano: è dunque verosimile che gli
meteorologia
strumenti possano dare un contributo al miglior sfruttamento delle condizioni esistenti.
• Il volo col
In ogni caso è indispensabile (programma d'esame!) conoscerne, sia pur a grandi linee, il
deltaplano
funzionamento ed i limiti.
• Il volo col
parapendio
• Paracadute e
L'ALTIMETRO
strumenti
• Il paracadute
L'altimetro è un misuratore di pressione (quindi
• Il casco
un barometro) che si fonda sulla diminuzione
protettivo
della pressione con l'aumentare dell'altezza.
• Gli strumenti
Poichè la pressione atmosferica varia da zona a
• Tre nodi utili
zona e di giorno in giorno sarà necessario tarare
l'altimetro prima di ogni volo impostando
• L'arte del
un'altezza nota. Dentro all'altimetro vi è una
veleggiare
capsula (aneroide) nella quale è stato fatto il
• Cenni di
vuoto: essa non "collassa" perchè una molla, al
fisiologia
suo interno, la mantiene distesa.
• Correzioni e
suggerimenti
Eventuali diminuzioni di pressione aumentano la
• Volate a
distensione della molla, mentre gli aumenti
volandia
pressori la comprimono ulteriormente. Un
trasduttore, collegato con la molla stessa, registra
i vari movimenti e li rende visibili su di un
quadrante; gli strumenti moderni hanno un
trasduttore che è in grado trasformare il
movimento in energia elettrica e che "pilota" un
lettore digitale su cui compaiono i numeri.
Figura 7-2. L'altimetro (barometro) permette di leggere le variazioni di
pressione come variazioni di altitudine.
REGOLAZIONI POSSIBILI
Le norme di circolazione aerea prevedono che l'altimetro possa essere regolato secondo standard
differenti, che è necessario comprendere bene.
QFE
Detta anche altezza, è la regolazione che si ottiene ponendo come zero l'altezza dell'atterraggio previsto
http:///stru/stru03.asp (1 of 4) [11/06/2001 14.56.27]
(indipendentemente dalla quota assoluta di quest'ultimo). Dal quel momento l'altimetro indicherà
l'altezza relativa all'atterraggio stesso (per tenere a mente la sigla è molto utile fingere che voglia dire
"Quota Filo Erba", anche se, naturalmente, questa non è sua la vera origine).
QNH
Detta anche quota od altitudine, è la regolazione che si ottiene ponendo come zero il livello del mare
(oppure regolando lo strumento su un'altezza nota: ad esempio, decollando da una cima alta 1750 metri
s.l.m. e ponendo l'altimetro a tale cifra). Dal quel momento l'altimetro indicherà la quota reale.
QNE
Poco rilevante per noi, la regolazione QNE serve ai velivoli per stabilire i livelli di volo: l'altimetro
viene posto a zero per una pressione standard di 1013.2 mb. È un metodo poco preciso per conoscere la
quota reale (la pressione non è mai standard) ma, se tutti gli apparecchi in volo lo utilizzano, sarà
possibile stabilire rotte che tengano quote effettivamente distanti tra loro.
Variazioni di pressione
Per voli brevi, compiuti in una stessa zona, è in genere sufficiente effettuare una sola regolazione prima
del decollo. Facendo lunghi voli di distanza, invece, bisogna ricordare che la pressione varia nei
diversi luoghi e con il passare del tempo: risulteranno quindi alterate anche le altezze indicate, e sarà
necessario effettuare ulteriori regolazioni. Un solo aspetto è molto rilevante per il Volo Libero, anche
locale: la possibilità di prevedere l'arrivo di un fronte freddo (spesso temporalesco) che, come
sappiamo, è preceduto da un rapido ed evidente calo pressorio. Se, dopo aver regolato il nosto altimetro
ed aver iniziato il volo, ci accorgiamo che l'altezza (o la quota) riportata è maggiore di quella
desumibile da altre indicazioni (l'altimetro segna una quota superiore all'altezza della montagna, mentre
stiamo volando più bassi di questa) è necessario raggiungere rapidamente un atterraggio sicuro: con
ogni probabilità è in arrivo una sgradita sorpresa.
IL BAROGRAFO
È semplicemente un "registratore", collegato all'altimetro, in grado di memorizzare e di tracciare su
carta le variazioni di pressione (e dunque di quota) rilevate durante tutto il volo.
In genere si compone di due parti: una, relativamente piccola e leggera, da portare in volo, ed il
dispositivo di stampa, ben più ingombrante da utilizzare una volta tornati a terra.
Figura 7-3. Registrazione barografica di un volo: sono riportate le
Figura 7-4. Il variometro, un misuratore delle variazioni istantanee
quote ed i tempi.
di pressione.
http:///stru/stru03.asp (2 of 4) [11/06/2001 14.56.27]
IL VARIOMETRO
È uno strumento incredibilmente sensibile, in grado di capire e segnalare se stiamo salendo o
scendendo, e con che velocità verticale (generalmente misurata in metri/secondo o in piedi/minuto).
Esso misura, infatti, le variazioni istantanee di pressione (e non la pressione in sè).
Al suo interno esiste un recipiente a tenuta stagna (bottiglia di espansione), collegato ad una aneroide
(identico a quello barometrico); un capillare, poi collega il sistema con l'esterno.
La funzione del capillare è quella di rallentare l'ingresso e l'uscita d'aria nel sistema impedendo che, in
caso di variazioni pressorie, l'equilibrio venga raggiunto immediatamente. Grazie a questo fatto, quando
la pressione esterna cambia rapidamente (come durante la salita o la discesa), l'ambiente interno (e
dunque anche la capsula aneroide) mostra, per qualche attimo, valori pressori differenti: un trasduttore
segnala tale differenza sulla scala di lettura.
Non appena cessato il moto verticale, la pressione all'interno del sistema torna rapidamente in equilibrio
con quella esterna e l'indicatore torna a zero.
La maggior parte dei variometri utilizzati per il Volo Libero è dotata, oltre che di una scala graduata,
anche di un segnalatore acustico regolabile: la intensità del suono (o, in alcuni modelli la sua frequenza)
è proporzionale al tasso di salita o di discesa.
L'ANENOMETRO
Misura la velocità dell'aria che lo investe (a terra
misura il vento, in volo la velocità relativa
all'aria).
Ne esistono di moltissimi tipi, più o meno precisi
e più o meno costosi.
Ve ne sono alcuni che si basano sulla pressione
dinamica (tanto maggiore quanto maggiore è la
velocità dell'aria) ed altri che si basano su quella
statica (tanto minore quanto maggiore è la
velocità dell'aria).
Tra i primi ricordiamo quello più semplice,
costituito da un cilindro verticale graduato con un
cerchietto mobile all'interno ed un forellino di
"presa diretta" che deve essere orientato contro la
direzione dell'aria (o del moto).
Sempre al primo tipo appartiene anche
l'anemometro manuale sormontato da un "girello"
Figura 7-5. Alcuni tipi di anemometri utilizzati nel Volo Libero.
con tre semisfere cave orientate nello stesso
senso: l'aria mette in rotazione il "girello" ad una
velocità che è proporzionale a quella dell'aria stessa e l'immancabile scala graduata consente la lettura.
I modelli che misurano la pressione statica (di diretta derivazione aeronautica) sfruttano l'effetto
Venturi creato dall'aria costretta a scorrere in un tubicino a sezione biconica.
Data la bassa gamma di velocità coperte dalle nostre ali e la notevole sensibilità che è possibile
http:///stru/stru03.asp (3 of 4) [11/06/2001 14.56.27]
sviluppare abituandosi ad "ascoltare" il vento con le orecchie, è forse il più superfluo degli strumenti
citati. Può essere utile farselo prestare qualche volta per "tarare" il proprio anemometro acustico.
LA RADIO RICETRASMITTENTE
È uno strumento divenuto obbligatorio, nell'ambito dei programmi di Istruzione FIVL, almeno durante i
primi dieci voli alti, ed è molto utile quando si vogliano fare voli di distanza in gruppo; non possiamo
ovviamente pretendere in questa sede di spiegarne i principi di funzionamento, tuttavia ricordiamo che
bisogna considerare le radio come uno strumento di sicurezza e non come un mezzo di comunicazione
delle emozioni, quindi:
● Informiamoci delle frequenze in uso nelle diverse zone di volo che frequentiamo.
● Parliamo in radio solo se è indispensabile e con messaggi brevi e chiari.
●
Usiamo cortesia con eventuali altri utilizzatori e, se richiesto, modifichiamo la nostra frequenza
di trasmissione.
Per essere in regola con la legge si dovrebbero utilizzare esclusivamente le piccole ricetrasmittenti
"giocattolo", poste in libera vendita nei negozi del settore, e dotate di una potenza estremamente
limitata: la speranza, in questo periodo di "crescita e maturazione" del nostro sport è che le competenti
autorità ci assegnino una frequenza radio specifica sulla quale operare con strumentazioni idonee
(magari dopo l'eventuale conseguimento di brevetto apposito) così come è già avvenuto in altri paesi.
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Capitolo 7 - PARACADUTE D'EMERGENZA E STRUMENTI
• Due parole sul
manuale
TRE NODI UTILI
• L'organizzazione
• Elementi
A differenza dei velisti, non è per noi necessario conoscere decine di nodi: ne bastano infatti tre a
legislativi
coprire tutte le esigenze. Eccoli.
• Appunti di
aerodinamica
Gassa d'amante. Questo nodo forma un'asola che non si stringe in caso di trazione: al contrario di
• Cenni di
quanto accade con il "nodo scorsoio". Viene utilizzato per assicurare una fune ad un asola o,
meteorologia
comunque, a materiale non "cordaceo" (normalmente è il nodo che assicura le corde all'imbrago dei
deltaplanisti).
• Il volo col
deltaplano
Nodo all'inglese. Questo nodo, semplice e tenace, è utile per unire due cime, anche di differente
• Il volo col
diametro. È "autoserrante", nel senso che la trazione delle due cime lo "stringe", mentre per
parapendio
"allentarlo" è sufficiente tirare i due capi liberi.
• Paracadute e
strumenti
Nodo a frizione. È indicato per le fascette (o fettucce) spesso utilizzate per l'aggancio al deltaplano.
• Il paracadute
È anch'esso "autoserrante", bisogna sempre accertarsi di aver lasciato, da entrambe le parti, che i
• Il casco
capi liberi delle fascette sporgano per una lunghezza di almeno 10 cm.
protettivo
• Gli strumenti
• Tre nodi utili
• L'arte del
veleggiare
• Cenni di
fisiologia
• Correzioni e
suggerimenti
• Volate a
volandia
Figura 7-6. Tre nodi da imparare e ricordare
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Capitolo 8 - L'ARTE DI VELEGGIARE
• Due parole sul
manuale
Planare in sicurezza è il punto di arrivo di un allievo che conclude il corso base di volo, ma è soltanto il
•
punto di partenza per chi intraprende questo sport con il desiderio di giocare per ore nelle correnti e di
L'organizzazione
compiere voli di distanza, in altre parole di veleggiare a piacimento.
• Elementi
Già intuiamo che, per poterlo fare, è indispensabile "rubare energia" all'aria che ci circonda,
legislativi
sfruttandola al meglio per i nostri fini.
• Appunti di
aerodinamica
Diciamo subito che veleggiare è un arte: molti possono riuscire a prolungare il loro volo in giornate
• Cenni di
particolarmente favorevoli, ma pochi arrivano a sfruttare ogni minima ascendenza, stando sù quanto
meteorologia
tutti gli altri sono costretti ad atterrare. Nello sviluppo di tali capacità l'esperienza e l'istinto giocano
• Il volo col
sicuramente un ruolo importante, ma una conoscenza più approfondita delle correnti ascendenti e del
deltaplano
modo di sfruttarle rappresenta un "sine qua non" per potersi incamminare (ma vorremmo dire
• Il volo col
"involare") in questa direzione evitando, nel contempo, pericolosi errori che (essendo ormai ben noti), è
parapendio
assolutamente inutile ripetere.
• Paracadute e
strumenti
• L'arte del
VOLO IN TERMICA
veleggiare
• Volo in
Saper "indovinare" la posizione e le caratteristiche di una termica è, indubbiamente, il primo requisito
termica
per sfruttarne l'energia. Vale quindi la pena di approfondire alcuni aspetti utili in tal senso, per
• Volo in
esaminare poi le diverse tecniche sfruttamento.
termica 2
• Volo in
dinamica
LA FORMA DELLE TERMICHE
• Gli
atterraggi di
emergenza
Parlando di adiabatiche abbiamo sempre fatto
riferimento a "bolle" d'aria e, in alcuni casi,
• Cenni di
questo coincide con la realtà (bolle di 30-50 metri
fisiologia
di diametro). In altri casi, invece, la termica è un
• Correzioni e
vero e proprio "camino ascendente", largo
suggerimenti
parecchie centinaia di metri ed alimentato da uno
• Volate a
strato limite termico sottostante.
volandia
Delle bolle abbiamo già parlato, e dedichiamo
quindi la nostra attenzione alle termiche più
ampie e continue nelle quali l'ascendenza è
massima verso il centro detto nocciolo (o core), e
minore man mano che si avvicina alla "periferia".
L'irregolarità si accentua nelle termiche più
grandi e non è raro che esistano due o più
noccioli distanti anche decine di metri.
Poichè l'aria che sale deve essere, comunque,
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rimpiazzata da altra aria, le termiche sono
circondate da correnti discendenti; si crea
quindi una zona dove il movimento
(salita-discesa) si inverte in poco spazio,
generando, a volte, una turbolenza anche
notevole.
La figura 8-1 mostra i valori medi di ascendenza
rilevati in una termica primaverile: si noti la zona
centrale, dotata di maggiore ascendenza, e se ne
osservi la forma irregolare. È da queste
irregolarità che nascono le differenze connesse al
"centraggio" della termica.
BOLLE O
COLONNE?
Figura 8-1. Una termica reale: si noti la zona centrale di maggiore
ascendenza e la irregolarità della forma.
Figura 8-2. A parità delle altre condizioni, la forma delle ascendenza
varia di molto, nell'arco della giornata.
Tra questi due estremi (singola bolla od ampia colonna) esiste una infinita varietà di forme, che dipende
dalla stabilità dell'aria, dall'insolazione, dalle caratteristiche del terreno e dalla presenza di vento. Per
fortuna esistono alcune "regoli generali", relativamente semplici, che possono dare un aiuto
nell'indovinare la forma della termica che ci si para davanti e permetterci, dunque, di sfruttarne
l'energia.
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L'ARCO DELLA GIORNATA
A parità di ogni altra condizione (vento, equilibrio termico, ecc.) le termiche variano la loro forma
nell'arco della giornata in modo prevedibile:
●
al mattino presto (poco dopo l'alba) l'aria è immobile, condizione ideale per una tranquillissima
planata;
dopo un paio d'ore si distaccano le prime, singole, bolle; sono molto piccole e quindi difficili da
●
sfruttare; Nella tarda mattinata le bolle si staccano in modo sempre più ravvicinato e continuo,
fino a formare, nelle ore di massima insolazione, colonne potenti ma ancora strette: sono
condizioni "forti" ma, proprio per questo, difficili da sfruttare;
Finalmente, nel pomeriggio, si formano colonne larghe ma un pò pigre; non hanno la potenza
●
delle precedenti ma sono molto più "docili" e benevole, adatte ai primi tentativi di volo
veleggiato;
Verso sera i movimenti ascensionali si spengono, con l'eccezione delle larghe termiche di
●
restituzione, che caratterizzano alcune giornate e che sono un vero e proprio "paradiso" dei
prudenti;
È importante quindi ricordare che, specie per gli allievi ed i principianti, nelle giornate di buona
instabilità inferno e paradiso si alternano ogni giorno.
Per questo i primi voli alti vengono fatti alla sera, (o alla mattina molto presto) quando l'aria è calma;
le "botte" presenti nelle ore di massima insolazione sono gradite al pilota esperto che ne riconosce la
sfruttabilità, ma possono essere terrificanti per l'inesperto che si sente sballottato a destra e a manca
senza riuscire ad imporre la sua volontà all'apparecchio.
Man mano che l'abilità del pilota cresce egli potrà via via anticipare il momento del decollo affrontando
condizioni sempre più robuste (restando sempre, ovviamente, nell'ambito delle condizioni "volabili").
STABILITÀ O INSTABILITÀ
Anche la condizione di equilibrio dell'aria gioca
un forte ruolo nel determinare la forma delle
termiche; a parità delle altre condizioni (Fig.
8-3):
In una giornata instabile le termiche
●
hanno la tendenza a svilupparsi in ampie e
numerose colonne raggiungendo, come
sappiamo, quote elevate;
In una giornata stabile le ascendenze
●
(molto più rare) sono isolate e tendono a
mantenere la forma di bolla (ampia anche
un centinaio di metri); le turbolenze che si
generano possono essere anche notevoli,
ma difficilmente sfruttabili poichè non
raggiungono, comunque, quote elevate.
Nelle giornate di grande stabilità, può
●
accadere che una termica superi la linea di
cresta, per riprendere a salire solo oltre di
essa.
VENTO O BONACCIA
Abbiamo già accennato al ruolo chiave del vento
http:///veleg/veleg01.asp (3 of 5) [11/06/2001 14.56.34]
nel determinare il distacco dello strato limite
termico, e nel generare quindi le ampie colonne
termiche.
Nelle giornate senza vento, quando l'insolazione
è sufficiente a creare forti differenze di
temperatura negli strati di aria a contatto con il
terreno, si staccano ugualmente delle bolle che,
però, non si organizzano. Come in caso di
stabilità (le due condizioni spesso concomitano)
anche la bonaccia dà luogo a bolle, anche forti,
ma poco sfruttabili.
Quanto vento?
Se la bonaccia è deleteria non si deve però
pensare che "tanto più vento c'è, tanto migliori
saranno le termiche", anzi.
L'ideale è un vento debole (intorno ai 10 km/h)
che aiuti il distacco dello strato limite termico
senza tuttavia "stravolgere" la forma della
termica.
In queste situazioni il cumulo si forma sopra la
cima della montagna e la termica è costituita
spesso da più "camini" che si riuniscono dopo
essersi staccati dal pendio.
Un vento più sostenuto (20-25 km/h) determina
Figura 8-3. Naturalmente la stabilità dell'aria è determinante: aria
instabile=termiche frequenti e che raggiungono quote elevate.
uno "scarrocciamento" della termica, che sale
quindi con un asse obliquo, inclinato nella
direzione del vento. Una termica scarrocciata è più difficile da centrare e da sfruttare, ma è ancora una
buona fonte di veleggiamento.
Un vento ancora superiore (30-40 km/h), oltre a porre problematiche di sicurezza ai velivoli lenti, è
controproducente alla formazione di termiche per due ragioni: in primo luogo un tale vento raffredda il
terreno, minando alla base (è il caso di dirlo) la produzione di termiche; in secondo luogo le poche
termiche che si formano vengono deviate, spezzate e, infine, eliminate dallo stesso vento. Un segnale di
tale fenomeno è dato dalla presenza di piccoli cumuli sfilacciati, in continua formazione e disfacimento,
che prendono il nome di fractocumuli.
VENTO E SOLE
Immaginiamo ora di essere in volo, 500 metri più in basso rispetto alla base di un bel cumulo, piccolo
candido ed amichevole. Non abbiamo ancora voglia di atterrare e ci piacerebbe molto "agganciare" la
termica che sale fino a quel cumulo.
Dove cercarla?
Con vento molto debole avremo ottime probabilità di trovarla quasi sotto la verticale della nube,
leggermente spostata nella direzione del sole.
Con vento più sostenuto, invece, dovremo tenere conto dello scarrocciamento, tanto più ampio quanto
maggiore è la forza del vento.
Una regola aurea insegna che l'ascendenza si trova (generalmente) lungo la bisettrice dell'angolo
formato dai tre elementi in gioco: sole, nuvola e vento.
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In alcuni casi, tuttavia, le termiche compiono veri e propri "gomiti", e può capitare che, dopo alcuni
soddisfacenti giri non si salga più, anche se il cumulo è parecchio più in alto di noi (Fig. 8-5): in questi
casi è spesso sufficiente spostarsi nella direzione del vento, per ritrovare l'ascendenza.
Figura 8-4. Un vento moderato favorisce il distacco delle termiche,
Figura 8-5. La zona di ascendenza deve essere ricercata sulla
uno troppo sostenuto le distrugge.
bisettrice dell'angolo che il cumulo forma con il sole e con la
direzione del vento. A volte le termiche formano veri e propri
gomiti, e proseguono sottovento.
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Capitolo 8 - L'ARTE DI VELEGGIARE
• Due parole sul
manuale
VOLO IN TERMICA 2
• L'organizzazione
• Elementi
legislativi
FORMAZIONE DELLO STRATO LIMITE
• Appunti di
TERMICO E POTENZIALI DI ALBEDO
aerodinamica
• Cenni di
meteorologia
POTENZIALI ALBEDO
Se lo strato limite termico è generato da
• Il volo col
Natura del suolo
Min. Max.
differenze di temperatura del suolo, diviene
deltaplano
Terra nera
8
15
importante sapere quali terreni "trattengono"
più calore e quali meno.
• Il volo col
Sabbia umida
10
10
parapendio
Terra nuda
10
20
Escludendo laghi e mari (che danno origine a
• Paracadute e
Rocce e sassi
15
25
discendenze durante la giornata), tra tutti i
strumenti
Sabbia secca
18
20
terreni possibili, il peggiore è senz'altro quello
• L'arte del
Prati erba
14
37
coperto di neve fresca: questa, riflettendo fino
veleggiare
Foresta
6
20
al 90% dei raggi ricevuti, non ne lascia molti
Campi arati
20
25
• Volo in termica
per scaldare il suolo. Per contro un ampio
Campi di grano
3
15
• Volo in termica
piazzale ricoperto di asfalto ne trattiene,
2
Deserto
24
86
riscaldandosi, oltre l'80%.
• Volo in
Neve Fresca
80
90
dinamica
Ghiacciai
50
70
Per favorire questo tipo di analisi è stata messa
• Gli atterraggi di
a punto una tabella che indica i valori di
emergenza
Albedo di diversi terreni (Tab. 8-1 ). Si chiama infatti Albedo di un corpo il rapporto tra
l'energia che esso riflette e quella che esso riceve.
• Cenni di
fisiologia
Attenzione però, la tabella non dice quale uso viene fatto dei raggi assorbiti. A noi interessa che
• Correzioni e
essi vengano utilizzati per scaldare il terreno stesso (come nel caso del piazzale asfaltato). La
suggerimenti
vegetazione, ad esempio, usa una parte anche notevole dei raggi solari "trattenuti", per svolgere le
sue funzioni vitali (la principale essendo quella di non scaldarsi troppo!). Ecco quindi che le foreste
• Volate a volandia
hanno un Albedo buono (loro riflettono "solo" il 20% dei raggi), ma non producono riscaldamento
al suolo nè, tantomeno, ascendenze termiche.
Anche l'umidità del terreno ne peggiora le capacità di scaldarsi: da un lato, infatti, l'acqua conduce
il calore in profondità (scaldando zone che non ci interessano), mentre dall'altro l'intensa
evaporazione sottrae molto calore al terreno stesso.
Un buon terreno, dunque, deve possedere un basso valore di Albedo, essere secco e poco
conduttore: ai primi posti troviamo quindi la roccia e l'asfalto, agli ultimi la foresta e la neve.
ALTRI ASPETTI RILEVANTI
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OCCHIO ALLE DIFFERENZE
Ciò che dobbiamo cercare, volendo trovare una termica, è però una differenza di temperatura al
suolo: maggiore è il contrasto tra terreni vicini e maggiori sono le possibilità che li si sia formato o
si formi uno strato limite termico. I campi arati sono un esempio stupendo (che nella pratica non
delude quasi mai): essi non soltanto possiedono un Albedo decente, non soltanto è stata eliminata
una grande fonte di consumo (il cereale che vi cresceva), ma sono quasi sempre circondati da
terreni meno idonei a trattenere il calore (altri campi non arati, prati, boschi, ecc.); i campi arati
compaiono spesso nei racconti di voli memorabili, solitamente in veste di salvatori (stavo quasi per
atterrare, ero bassissimo, poi, su un campo arato, ho ricominciato a salire, e...).
OCCHIO AL VENTO ED AI TRIGGER-POINT
Sappiamo bene che uno strato limite termico, caldo caldo, vale poco se non ci sono un po' di vento
ed un ostacolo che agisca da innesco.
Ecco quindi che, cercando le termiche, è molto importante conoscere la direzione del vento al
suolo: qualsiasi ostacolo che costringa uno strato limite termico ad innalzarsi, anche di poco, può
essere un ottimo trigger-point, ma la termica si staccherà sottovento a questo e non sulla sua
verticale. In pianura sono ottimi candidati tutti i dislivelli, per quando modesti (collinette, boschetti
isolati) e i filari di alberi.
In alcuni casi il trigger-point può addirittura essere mobile: un trattore che attraversa un campo o la
nostra stessa ala in avvicinamento (quest'ultimo caso è frequente in atterraggio, nelle giornate
assolate, e spiega come mai "la bolla si stacca sempre quando atterro io").
IL PENDIO E LE TERMICHE
Abbiamo accennato al fatto che i pendii montani "raccolgono" le termiche rendendone più facile
l'individuazione. Il pendio, però, quando ben esposto e dotato della giusta inclinazione, può fare
molto di più: può esso stesso rinforzare la termica, alimentandola in continuazione con un effetto
che "sfuma" verso la brezza. Anche per questo si dice che il pendio ideale è esposto ai raggi del
sole, è il più lungo possibile e, idealmente, è inclinato di almeno 25 gradi: in questo modo la
termica, salendo, rimane aderente al pendio stesso e, a differenza delle termiche che si formano in
pianura, l'aria continua a riscaldarsi anche mentre sale, poichè riceve calore durante lo scorrimento
sul pendio.
Il risultato netto è che la temperatura, all'interno della termica che scorre sul pendio, cala in modo
minore rispetto alla Adiabatica Secca, potendo arrivare anche a 0,7-0,6 gradi ogni cento metri: in
pratica i valori tipici della adiabatica satura, ma senza nube! Ciò significa, inoltre, che tanto più è
lungo il pendio, tanto maggiore risulta l'accumulo di calore. La principale conseguenza è che può
divenire possibile superare uno strato di inversione che blocca le termiche in pianura.
Va inoltre tenuto presente che, a parità di irraggiamento, la temperatura di riscaldamento del
terreno è più o meno la stessa, a prescindere dalla quota: quindi tanto più è alto il terreno tanto
maggiore sarà la differenza di temperatura tra l'aria che vi scorre contro e quella circostante e
soprastante la cima.
SFRUTTAMENTO DELLA TERMICA
Una volta individuata la nostra termica, si pone il problema di sfruttarla al meglio, iniziando
proprio dall'ingresso che, generalmente, viene avvertito dal pilota dapprima come una caduta in
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avanti ed in basso (mentre si attraversa la
zona di discendenza) e successivamente
come una brusca cabrata della vela (quando il
bordo d'attacco entra nella parte ascendente).
Naturalmente non sempre capita di incontrare
una termica "frontalmente" anzi, più spesso,
essa viene intersecata da una sola semiala che
si solleva bruscamente, con l'effetto di
"sputarci fuori", nel bel mezzo della
discendenza. In questo caso esistono due
strategie: la prima, più diretta ed efficiente,
prevede che ci si opponga con forza alla
virata "spontanea" , controvirando noi stessi
fino a completare l'"ingresso". Se, come
accade a volte con il deltaplano, tale manovra
risulta impossibile, si accentua allora la virata
"spontanea" proseguendola per 270 gradi e
ripresentandosi frontalmente. Questa seconda
manovra deve essere assolutamente evitata in
prossimità del pendio, dal momento che
Figura 8-6. Con il deltaplano può accadere di non poter "forzare"
l'intiera virata viene compiuta in
un'ingresso in termica: si deve allora compiere una virata di 270°,
discendenza, con una perdita di quota anche
sapendo che la perdita di quota sarà notevole.
notevole.
Appena entrati in termica è molto utile prendere un riferimento al suolo ed uno di quota, in modo
da conoscere bene la nostra posizione relativamente alla montagna (nel caso dovessimo perdere la
termica sarà possibile cercarla nuovamente a quella altezza ed in quella posizione). È inoltre
necessario valutare attentamente la posizione degli altri piloti eventualmente in volo. Poi
dedicheremo tutta la nostra attenzione al "centraggio" della termica stessa: tenteremo cioè di
compiere cerchi centrati sul "nocciolo", restando sempre dove i valori di ascendenza sono più
elevati.
Attraversando la termica noteremo, infatti, che il variometro segnala dapprima valori positivi
crescenti (ci si avvicina al nocciolo), poi valori massimi (stiamo attraversando il nocciolo) e poi
valori decrescenti (stiamo andando verso la periferia della termica). Finchè i valori sono in
incremento, proseguiamo dritti, non appena questi iniziano a calare è giunto il momento di
impostare la virata. Successivamente, se i valori di ascendenza aumentano, la virata deve essere
allargata, se calano la virata deve essere stretta. La velocità di volo dovrà essere vicina a quella di
minima caduta (tenendo conto dell'inclinazione dell'ala): questo significa che si potrà volare molto
lenti nelle termiche ampie, con un basso angolo di inclinazione, mentre si dovrà tenere una maggior
riserva di velocità volando nelle termiche strette, dove è necessario inclinare molto l'ala.
LA TERMICA AL CONTRARIO: CASCATE
D'ARIA
In montagna, sui ghiacciai, accade l'esatto contrario di ciò che si verifica in un piazzale asfaltato di
fondovalle. Là in basso si forma uno strato limite termico di aria calda che aspetta un innesco per
salire, attraversando gli strati di aria più fredda che la sovrastano; sopra al ghiacciaio, invece, si
forma uno "strato limite termico" di aria fredda che aspetta un innesco per precipitare a valle.
Specie d'estate, quando la restante aria è mite, sui ghiacciai hanno luogo violente "cascate d'aria";
queste sono assolutamente invisibili, se non trascinano con sè frammenti di ghiaccio e neve (in
questo caso possono ricordare piccole valanghe "polverose"). Proprio come avviene per la
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formazione delle termiche (ma all'inverso), non è necessario che l'aria sul ghiacciaio sia molto
fredda: è sufficiente che sia più fredda di quella presente in valle.
I ghiacciai che sovrastano zone innevate non producono cascate d'aria, un ghiacciaio che sovrasta
una valle rocciosa invece si. La conclusione da trarre è una sola: non volare troppo vicino ai
ghiacciai (la cascata raramente supera i 50 metri di spessore), soprattutto in primavera-estate,
evitando anche i canaloni posti subito al di sotto del ghiacciaio stesso (che potrebbero raccogliere la
"cascata d'aria").
Figura 8-7. Per poter sfruttare le ascendenze termiche è necessario saper compiere virate coordinate e continue a 360° mantenendosi
costantemente all'interno della zona di ascendenza. La capacità di effettuare i 360° volando alla velocità di minima caduta può far la
differenza tra salire o scendere, nelle giornate "deboli".
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Capitolo 8 - L'ARTE DI VELEGGIARE
• Due parole sul
manuale
VOLO IN DINAMICA
•
L'organizzazione
Il volo in dinamica è spesso giudicato molto più semplice di quello termico, non foss'altro perchè le
• Elementi
zone di ascendenza sono ampie e precisamente localizzate (davanti ed in alto rispetto al pendio esposto
legislativi
al vento). Pur nella sua semplicità, tuttavia, il volo in dinamica riserva alcune sorprese ai piloti inesperti
• Appunti di
e, soprattutto, distribuisce punizioni molto severe a chi ne ignora le esigenze inderogabili.
aerodinamica
• Cenni di
In altre parole: restare in termica è difficile, ma sbagliando non succede nulla di grave (si scende);
meteorologia
volare in dinamica è facile, ma sbagliando si possono incontrare problemi molto seri. Il volo dinamico,
infatti, si svolge costantemente vicino ad un costone o ad un pendio montano ed il vento spinge proprio
• Il volo col
verso il monte stesso; dietro la montagna la famigerata zona di sottovento ricca di rotori e di
deltaplano
discendenze, possiede tutta la forza distruttiva sufficiente per causare danni anche enormi. La notevole
• Il volo col
calma che caratterizza il volo dinamico (niente scossoni, ascendenza uniforme e diffusa) può inoltre
parapendio
generare un "falso senso di sicurezza", inducendoci ad "abbassare della guardia".
• Paracadute e
strumenti
• L'arte del
LE CORRENTI DINAMICHE
veleggiare
• Volo in
Le correnti dinamiche che si generano lungo i costoni montani investiti dal vento forniscono un
termica
sostentamento per il volo veleggiato quando il vento stesso spira ad almeno 20-30 Km/h.
• Volo in
termica 2
Volare in dinamica significa dunque "bordeggiare" avanti ed indietro lungo un costone, idealmente
• Volo in
mantenendosi nella fascia di migliore ascendenza che, come si può vedere nella sezione di
dinamica
meteorologia, non coincide con la cresta, ne è localizzata troppo vicino al pendio.
• Gli
atterraggi di
Durante il volo in dinamica inoltre il mezzo risente della spinta del vento e la direzione di volo (quella
emergenza
indicata dalla parte centrale dell'ala) non potrà essere parallela al costone, altrimenti ci troveremmo in
un tempo brevissimo spostati contro di esso, oppure addirittura dall'altra parte rispetto alla cresta. È
• Cenni di
invece necessario volare puntando il naso anche a valle, in modo da neutralizzare la spinta del vento;
fisiologia
più precisamente l'angolo da formare con la direzione del costone sarà tanto più ampio quanto più forte
• Correzioni e
è il vento.
suggerimenti
• Volate a
Questo modo di procedere, la già citata andatura a granchio, è l'unico che ci consente di rimanere
volandia
lungo il pendio (Fig. 8-8). Se in termica la chiave di sfruttamento risiede nell'esecuzione di virate a 360
gradi, continue e coordinate, in dinamica la parte del leone è fatta dalle curve di 180° che consentono,
appunto, di "bordeggiare" il pendio restando nella zona "giusta".
Le virate devono essere sempre eseguite controvento, e questa regola non ammette eccezioni (Fig.
8-9).
http:///veleg/veleg03.asp (1 of 4) [11/06/2001 14.56.43]
Figura 8-8. In presenza di vento si deve volare mantenendo una
Figura 8-9. Volare in dinamica significa "bordeggiare" il pendio
rotta apparente tanto più rivolta controvento quanto maggiore è
mantenendosi sempre alla giusta distanza da questo e compiendo le
l'intensità di questo.
virate sempre controvento.
È infatti evidente che una virata di 180 gradi
compiuta verso il pendio ci porterebbe, per
qualche attimo, ad essere sospinti contro di esso
ad una velocità notevole (la nostra anemometrica
più quella del vento).
Inoltre, mentre le virate effettuate controvento
risultano "compresse" (lo spazio di virata, riferito
al suolo, è notevolmente ridotto), le virate
compiute a favore di vento hanno un raggio
apparente molto ampio (Fig. 8-10).
Una seconda cosa che deve evitare chi desidera
prolungare il volo è il progressivo allontanamento
dal pendio per la mancata chiusura delle curve a
180 gradi. Con il deltaplano ci guarderemo bene
anche dall'andare troppo vicino al pendio
(manovra, oltre che pericolosa, anche inutile data
la posizione della zona di migliore ascendenza),
mentre se il terreno è ampio, morbido e non
Figura 8-10. Il raggio di virata al suolo risente pesantemente della
direzione ed intensità del vento: virare sempre controvento lungo i
scosceso, con il parapendio si potranno effettuare
costoni o vicino al suolo.
top-landing e touch-and-go a go-go (quanto
inglese!).
Da ultimo ricordiamo che anche lungo i pendii esiste un gradiente di vento: questo può innescare una
virata verso monte in un ala troppo vicina al pendio, infatti la semiala esterna viene investita da un
vento più sostenuto rispetto a quella interna e si solleva generando un rollio verso il rilievo.
IL PERICOLO DEL VOLO IN DINAMICA: I ROTORI E LE
GOLE
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Abbiamo già visto che quando il vento incontra
un ostacolo il suo moto ne esce perturbato. In
particolare sono molto temibili i rotori, masse
d'aria in rapida e disordinata rotazione verticale,
che si formano sottovento agli ostacoli stessi.
Per questo motivo, volando in dinamica, non ci si
lascierà mai scarrocciare al di là (sottovento) del
pendio (dove il nostro apparecchio verrebbe reso
totalmente ingovernabile ributtato al suolo), ma
ci si manterrà in ogni caso sopravvento alla linea
di cresta (Fig. 8-11).
Oltre ai rotori di sottovento vanno evitati anche i
piccoli rotori che si formano, con venti sostenuti,
alla base del pendio sopravvento: per tale motivo,
Figura 8-11. I grossi rotori di sottovento e quelli piccoli di sopravvento
se abbiamo perso parecchia quota, ci
devono essere attentamente evitati.
allontaneremo dalla montagna (anzichè "limarne"
la base nel disperato tentativo di "star su" ancora un po') preparandoci ad un sereno atterraggio:
potremo riprovare con tutta calma in un'altra occasione.
Una seconda difficoltà legata al volo in dinamica
è rappresentata dalle valli o dalle gole orientate
parallelamente (o quasi) alla direzione del vento
(quelle orientate perpendicolarmente sono piene
zeppe di rotori!). In esse il vento si incanala ed
aumenta la propria velocità, proprio come
abbiamo visto accadere, in aerodinamica, nel
Tubo di Venturi: da qui il nome di Effetto
Venturi (Fig. 8-12).
Il pilota che volesse attraversare in modo diretto
un canalone investito dal vento (e può volerlo
fare solo se non ha studiato questo fenomeno) si
troverebbe a dover aumentare sempre di più
l'angolo tra rotta reale e rotta apparente (per
compensare l'aumento di velocità del vento) fino
a ritrovarsi in mezzo al canalone, alla massima
velocità (per non indietreggiare) in una rapida ed
inesorabile discesa. Come se non bastasse al di
sopra di tali canaloni esiste una depressione
Figura 8-12. Per superare un canalone od una valle stretta è necessario
(generata appunto dalla aumentata velocità
"allargare" per evitare di rimanere intrappolati nell'effetto Venturi che
dell'aria in valle) che agisce da trappola
essi generano.
"acchiappapolli", attirando verso il basso il pilota
che pensava di poter superare il canalone stando alto (l'effetto Venturi di alcune valli si innalza per 400
o più metri al di sopra dei bordi del canale).
Per queste ragioni la corretta tecnica di superamento prevede degli "allargamenti verso la pianura"
volando anteriormente alla bocca del canalone stesso (Fig. 8-12).
CONDIZIONI MISTE: LE ASCENDENZE
TERMODINAMICHE
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Spesso accade che un vento, di per sè insufficiente a generare una ascendenza dinamica pienamente
sfruttabile, sospinga contro un costone montano numerose ascendenze termiche che originano poco
lontano da questo.
Il tipo di sfruttamento da preferire dipende ovviamente dal prevalere del fenomeno termico o di quello
dinamico e dalla quota: il sistema più semplice e sicuro è quello di volare, inizialmente, a granchio
(come in dinamica) rallentando brevemente durante le ascendenze ed accelerando fra di esse. Inoltre le
virate a 180 gradi vengono effettuate all'interno delle ascendenze stesse (naturalmente sempre
controvento). Nel far questo avremo anche notato dove si distaccano le colonne più ampie e potenti;
una volta superata (abbondantemente) l'altezza della cresta, "agganceremo" la migliore con una serie di
360, tenendo conto dell'inevitabile scarrocciamento. Se ci si accorge che lo scarrocciamento è eccessivo
per il nostro mezzo e ci conduce troppo sottovento alla cresta rispetto alla quota, ci affretteremo ad
abbandonare la termica uscendone dalla parte sopravvento.
Figura 8-13. Sfruttamento delle ascendenze "miste": a bassa quota si compie una serie di 180° e, superata abbondantemente la linea di
cresta, si iniziano i 360° nella termica più potente individuata.
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Capitolo 8 - L'ARTE DI VELEGGIARE
• Due parole sul
manuale
GLI ATTERRAGGI DI EMERGENZA
•
L'organizzazione
Diciamo subito che il termine, un po' drammatico, di atterraggio d'emergenza, non indica
• Elementi
necessariamente un atterraggio piccolissimo ed impegnativo, bensì l'atterraggio in un luogo non
legislativi
previsto (quindi sfornito di manica a vento) e sconosciuto. La necessità di utilizzare un atterraggio di
• Appunti di
emergenza deriva sempre dal deliberato abbandono della zona di volo conosciuta e quindi dovrebbe
aerodinamica
presentarsi soltanto ad un pilota sufficientemente esperto anche e soprattutto nelle manovre di
• Cenni di
avvicinamento ed atterraggio.
meteorologia
• Il volo col
INDIVIDUAZIONE
deltaplano
• Il volo col
parapendio
Se il volo di distanza è stato compiuto tendendo conto
dei "coni di efficienza" (vedi Circolazione) avremo
• Paracadute e
strumenti
sempre la possibilità di raggiungere un terreno che,
almeno dalla quota alla quale ci troviamo, risulta
• L'arte del
idoneo all'atterraggio.
veleggiare
• Volo in
Quando riteniamo di dover atterrare (anche nostro
termica
malgrado) è meglio non ridursi all'ultimo momento,
• Volo in
si potrà così effettuare l'avvicinamento con un buon
termica 2
margine d'altezza, sempre molto prezioso per
• Volo in
analizzare con calma il terreno nuovo.
dinamica
• Gli
atterraggi di
ANALISI
emergenza
Una volta individuato il terreno adatto si pongono una
• Cenni di
serie di quesiti che devono trovare una risposta nel
fisiologia
breve tempo disponibile.
• Correzioni e
suggerimenti
1) Esistono elementi poco visibili dalla nostra
• Volate a
precedente altezza che potrebbero costituire
volandia
ostacoli imprevisti?
In particolare andrà verificata la presenza di eventuali
cavi (elettricità, telefoni, o altre): dal momento che i
cavi non sono facilmente visibili dall'alto si cercherà
piuttosto di individuare i piloni di sostegno, ad
esempio ricercandone l'ombra (se c'è il sole); una
sgradita sorpresa può venire da fili stesi tra
staccionate anche distanti tra loro.
2) Il terreno è pianeggiante?
Dall'alto tutti i terreni sembrano piatti ma, specie inFigura 8-14. Metodi per individuare la direzione e la intensità del
vento in vista di un atterraggio d'emergenza.
zone premontane, raramente lo sono. Mentre un
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parapendista potrà ignorare le lievi pendenze o (se la pendenza non è lieve) dovrà semplicemente
individuare la linea di "piano" (sempre comunque presente in ogni pendio), per il deltaplanista le cose
possono complicarsi: una lieve pendenza, infatti, sarà utile o dannosa a seconda della direzione del
vento e quindi della direzione del finale. Compiuto controvento un atterraggio in lieve salita risulta più
facile e richiede un percorso più breve, mentre un atterraggio in lieve discesa può, grazie all'effetto
suolo, non divenire affatto un atterraggio ma solo un lungo volo rasoterra.
3) Qual'è la direzione del vento a terra?
Per determinare questo fatto (la cui importanza è direttamente proporzionale alla intensità del vento
stesso) vengono suggeriti numerosi sistemi.
● Osservazione dei fumi al terreno.
Osservazione delle foglie degli alberi (le parte inferiore delle foglie è generalmente più chiara di
●
quella superiore e quindi la parte investita dal vento ci apparirà più chiara dall'alto).
●
Osservazione delle increspature sui piccoli laghi (il vento generalmente è identificabile dal
vertice di curvatura delle ondine).
Osservazione dei campi di grano o di altre piante che subiscono l'effetto del vento (vedremo
●
vere e proprie onde propagarsi nella direzione del vento).
Esecuzione di ampi e regolari 360° centrati su di un punto di riferimento (il vento, se presente,
●
tenderà a spostarci ed a spostare il centro ideale dei nostri cerchi, nella sua stessa direzione).
●
Se si vola in compagnia, il primo che atterra segnala agli altri la direzione reale allestendo
rapidamente una manica di fortuna.
VENTO E
DIMENSIONIDELL'ATTERRAGGIO
Lo spazio realmente disponibile per l'atterraggio
può variare anche di molto a seconda della
direzione del vento e della presenza di eventuali
ostacoli che possono creare turbolenze. La figura
8-15 riporta alcuni esempi.
Nel primo caso il campo risulta "accorciato" dalla
turbolenza creata dagli alberi; nel secondo la zona
subito sottostante gli alberi stessi non può essere
raggiunta da un apparecchio più alto delle cime
degli alberi stessi (sottoefficenza); nel terzo caso la
direzione del vento determina una linea di
atterraggio trasversale rispetto alla dimensione
massima del capo, dando luogo ad un altro tipo di
riduzione.
METODO DEL
PUNTO
STAZIONARIO
Figura 8-15. Influenza della direzione del vento sulle dimensioni
realmente sfruttabili di un campi di atterraggio.
A volte accade di poter scegliere tra un terreno
migliore, ma più lontano, ed uno peggiore ma
sicuramente raggiungibile. In altri casi ci si chiede se la nostra traiettoria è compatibile con il
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superamento di un certo ostacolo (una cresta montana, una fila di alberi, ecc.) Per capire, durante
l'avvicinamento, quante possibilità abbiamo di raggiungere un certo terreno o di superare un certo
ostacolo può essere utile il metodo detto "del punto stazionario".
Per un fenomeno geometrico, connesso con la sfericità della terra, l'orizzonte ci appare, durante il volo,
ad un angolo visivo costante (lo sguardo è praticamente parallelo alla superficie terrestre); grazie a ciò,
valutando il cambiamento di distanza apparente tra l'orizzonte e l'inizio del terreno scelto per
l'atterraggio (o l'ostacolo da superare), dopo qualche secondo di volo (eseguito mantenendo una
velocità costante, idealmente quella di massima efficenza), possiamo avere preziose indicazioni (Fig.
8-16).
Se la distanza apparente tra orizzonte ed inizio del terreno aumenta significa che, mantenendosi
●
inalterate le condizioni di volo attuali, riusciremo tranquillamente a raggiungerlo (o a superarlo
se si tratta di un ostacolo).
Se, al contrario, la distanza apparente tende a diminuire, questo significa che la nostra traiettoria
●
di volo interseca il terreno in un punto a noi più vicino rispetto a quello prescelto e che non non
raggiungeremo quest'ultimo (o non supereremo l'ostacolo).
Se, infine, la distanza apparente rimane costante (stazionaria appunto) significa che l'inizio del
●
terreno giace esattamente sulla nostra traiettoria, rappresentando, almeno per il momento il
nostro punto di impatto con il terreno (fatto salvo, ovviamente, l'eventuale effetto suolo).
La spiegazione trigonometrica del fenomeno (che riportiamo per i più curiosi) è esposta in figura 8-17 dove si vede un'ala che sta
scendendo lungo la traiettoria (b) che la porterà a contatto con il terreno in centro campo.
In un primo tempo si possono individuare tre angoli visivi, in partenza dal pilota e rispetto all'orizzonte:
l'angolo (a) tra l'orizzonte e la pianta a fondo campo;
l'angolo (b) tra l'orizzonte ed il punto di impatto con il terreno;
l'angolo (c) tra l'orizzonte ed i cavi elettrici.
Dopo qualche istante di volo lungo la traiettoria b si potra rilevare che:
l'angolo (a) è diminuito, e così pure la distanza apparente tra l'albero e l'orizzonte (non si arriva all'albero);
l'angolo (b) è invariato (il punto b infatti giace sulla traiettoria ed è il punto stazionario per definizione), ugualmente invariata è la
distanza apparente tra il punto b e l'orizzonte;
l'angolo (c) è notevolmente aumentato, e così pure la distanza apparente tra cavi ed orizzonte (si superano i cavi). Bisogna però
tenere ben presente che, data la bassa velocità ed il basso carico delle nostre ali, le traiettorie in generale
(e quindi anche quelle di avvicinamento) non sono mai rettilinee ma subiscono piuttosto numerose
influenze dovute ai movimenti convettivi dell'aria (ad esempio sorvolando terreni con caratteristiche
differenti di irradiazione) (Fig. 8-18).
Il metodo del punto stazionario richiederà dunque diverse osservazioni delle quali si farà poi una media
approssimata.
Morale: se non siamo più che sicuri di raggiungere un dato atterraggio iniziamo immediatamente
a considerare eventuali valide alternative.
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