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per la presenza di 4 (o 6) punti di aggancio alla vela per parte, anzichè due. Spostando il
peso in avanti si riduce l'angolo di incidenza, mentre spostandolo all'indietro si esercita
una maggior trazione sugli elevatori posteriori, cabrando. Le difficoltà di controllo
dell'incidenza ne limitano comunque l'impiego.
Nelle imbragature attuali è quasi sempre prevista la possibilità di utilizzare lo speed
system (fornito con la vela) che tuttavia preclude, ovviamente, l'impiego del pedalino
sopra citato.
Debbono poi essere menzionati gli incroci spesso forniti su richiesta (come optional), il
cui compito è quello "cinturare" meglio il pilota, ridistribuendo il carico sugli elevatori
nel caso l'assetto venga variato da manovre o turbolenze.
Una parola a parte meritano le protezioni, sempre più frequentemente incluse "di serie"
nell'imbragatura: si tratta di spessori che utilizzano strutture e materiali differenti ma che
hanno l'unico scopo di attutire il più possibile ogni impatto distribuendolo, al tempo
stesso, all'intera struttura; poichè solitamente aggiungono comodità all'imbragatura, non
si vedono buoni motivi per rinunciarvi (solo il costo, peraltro contenuto, e l'ingombro).
REGOLAZIONE
La regolazione dell'imbragatura (lunghezza dei nastri, lunghezza del pedalino) deve
avvenire a terra (mai durante un volo !), appesi ad un idoneo supporto (cavalletto o
altro). Si cercherà la condizione più adatta per la propria corporatura e maggiormente
comoda, ricordando che deve essere agevole sia raggiungere tale posizione dopo il
decollo che rimettersi "in verticale" prima dell'atterraggio.
MANUTENZIONE
Le imbragature devono essere conservate in luogo asciutto e periodicamente
controllate, verificando ed eventualmente sostituendo le fasce e le fibbie di fermo. La
parte che sopporta il maggior carico sono i cosciali (nella fase di decollo e di
atterraggio): anch'essi andranno dunque attentamente verificati.
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Capitolo 6 - IL VOLO CON IL PARAPENDIO
• Due parole sul manuale
IL PARACADUTE
• L'organizzazione
• Elementi legislativi
D'EMERGENZA ED IL
• Appunti di aerodinamica
• Cenni di meteorologia
PARAPENDIO
• Il volo col deltaplano
• Il volo col parapendio
• Il parapendio
OBBLIGATORIETÀ
• Evoluzione strutturale
• L'imbragatura
La Legge non prevede l'obbligatorietà del paracadute d'emergenza e, potremmo dire,
• Il paracadute d'emergenza
meno male: altrimenti esisterebbero anche complicatissime procedure di certificazione e
• Tecniche di pilotaggio
di periodici controlli, che renderebbero ancora più difficile volare in autonomia.
• Al campo scuola
• Lo stacco e il volo
Da tempo, tuttavia, la Federazione ha reso obbligatorio ad i suoi aderenti questo
importante strumento la cui utilità è stata ampiamente documentata "sul campo".
• Giochi con il vento
• Voli alti
Naturalmente, durante i corsi e nei primi voli alti effettuati con vele estremamente
• Il Volo
"docili" il rischio di una apertura inopportunamente provocata dall'allievo può superare
• La virata
quello di un grave errore di manovra e, pertanto, l'adozione dell'emergenza è lasciata al
• Avvicinamento e atterraggio
giudizio degli istruttori.
• Autostabilità
• perchè la vela rimane aperta
• Assetti inusuali 1
QUANDO APRIRLO
• Assetti inusuali 2
• Stallo
Il paracadute d'emergenza deve essere utilizzato in caso di danno irreparabile del
parapendio (cedimento strutturale) o di "chiusura" non più risolvibile con le opportune
• Paracadute e strumenti
manovre; non deve essere invece utilizzato per piccole chiusure frequenti dovute a
• L'arte del veleggiare
turbolenza (in queste condizioni il parapendio ha più probabilità dell'emergenza di
• Cenni di fisiologia
condurci a terra sani e salvi nonostante la nostre evidente impreparazione
meteorologica).
• Correzioni e suggerimenti
• Volate a volandia
PROCEDIMENTO DI APERTURA
Dopo aver deciso che è necessario aprire l'emergenza la sequenza delle operazioni da
compiere (con lucidità e nel minor tempo possibile) è la seguente:
1. Guardate la maniglia (sembra banale ma è indispensabile afferrarla al primo
colpo, poichè in questi casi il tempo è prezioso)
2. Infilate il pollice nella maniglia ed afferratela saldamente (questi due primi passi
possono essere provati in volo, ed è utile farlo).
3. Aprite il contenitore spingendo con forza la maniglia parallelamente alla sacca
in modo da aprirlo come una scatola di sardine.
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Lanciate con forza l'emergenza in uno spazio libero da cordini e vela. Il braccio
4.
disteso vi aiuterà ad ottenere la massima spinta.
5. Tenetevi saldamente alla fune di vincolo con entrambe le mani e, nel momento
di toccare terra "tiratela fortemente verso il basso" (tutta la forza che riuscirete ad
esprimere verrà sottratta a quella di impatto).
6. Ammortizzate la caduta piegando le ginocchia e rotolando sul fianco e sulla
spalla.
Poichè dai test eseguiti è risultato evidente che il maggior tempo di apertura è "rubato"
dalla distensione del fascio funicolare e della fune di vincolo, quest'ultimo è stato
notevolmente ridotto nei modelli per parapendio (circa 1,8 mt). Il tempo di distensione, a
sua volta, dipende dalla velocità di lancio, quindi: lanciare con estrema energia!
Un ultimo consiglio:
se siete alti, nel momento in cui pensate di aprire l'emergenza, potete forse cercare di far
riprendere il volo al parapendio oppure attendere (qualche secondo) con la sacca in mano
il momento più favorevole, ma se siete bassi ogni attimo è prezioso: LANCIATE
IMMEDIATAMENTE!
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Capitolo 6 - IL VOLO CON IL PARAPENDIO
• Due parole sul manuale
TECNICA DI PILOTAGGIO
• L'organizzazione
• Elementi legislativi
• Appunti di aerodinamica
La notevole semplicità del volo con il parapendio non trova riscontro in altre discipline
dell'aria: per questa ragione, a fronte dei mesi od addirittura anni che i vari corsi di volo
• Cenni di meteorologia
(motorizzato, con l'aliante o con il deltaplano) richiedono, sono spesso sufficienti alcune
• Il volo col deltaplano
giornate di campetto per riuscire a decollare ed atterrare in sicurezza con questo
• Il volo col parapendio
leggerissimo mezzo.
• Il parapendio
Proprio tale semplicità, tuttavia, rischia a volte di trasformarsi in un "boomerang" per
• Evoluzione strutturale
coloro che hanno la tendenza a sopravvalutare sè stessi e a sottovalutare il fatto che si
• L'imbragatura
tratta pur sempre di volo, cioè di una situazione che richiede prudenza e conoscenza.
• Il paracadute d'emergenza
• Tecniche di pilotaggio
In linea teorica è possibile (anche se non legale) entrare in un negozio sportivo,
• Al campo scuola
acquistare il materiale necessario e "tentare" di staccarsi da soli dal pendio, magari dopo
• Lo stacco e il volo
aver scambiato qualche parola con il negoziante o con un amico "esperto": anche in
• Giochi con il vento
questa condizione "limite" non è improbabile che una certa percentuale di aspiranti piloti
riesca a compiere i primi voli senza troppi danni. È però sicuro che una percentuale
• Voli alti
altrettanto elevata concluderà il corso autodidattico in qualche "sala gessi" ospedaliera,
• Il Volo
se non peggio.
• La virata
• Avvicinamento e atterraggio
Una scuola di parapendio è chiamata, invece, a garantire che la totalità degli allievi
• Autostabilità
giunga ai voli alti, senza mai uscire dai limiti di sicurezza che, ancora confusi per
• perchè la vela rimane aperta
l'allievo, sono invece sempre molto chiari all'istruttore. Evitare di ripetere sempre gli
• Assetti inusuali 1
stessi errori (facendo una gran fatica per "scoprire l'acqua calda"), ottimizzare i tempi di
• Assetti inusuali 2
apprendimento evitando inutili paure ed apprensioni, ottenere un'assistenza competente e
• Stallo
continua che lo indirizzi anche alla scelta dell'ala adatta a lui: questi sono gli obbiettivi di
chi si iscrive ad un corso di volo.
• Paracadute e strumenti
• L'arte del veleggiare
Il neofita, infatti, ancora non sà che dalla scuola può e deve aspettarsi qualcosa di più:
una esauriente spiegazione degli aspetti teorici che consentono il volo stesso e,
• Cenni di fisiologia
soprattutto, solide conoscenze di base sull'argomento che "fa la differenza" tra uno
• Correzioni e suggerimenti
stupendo volo ed un incubo: la meteorologia. I corsi prevedono generalmente alcune (4
• Volate a volandia
o 5) giornate di "campetto" ed almeno 10 voli alti durante i quali è garantita non soltanto
una rassicurante presenza in decollo ed atterraggio ma anche una radioassistenza
continua durante il volo.
Certamente non tutti riusciranno a divenire "piloti da gara", in grado di macinare ore e
chilometri come se niente fosse, ma chiunque senta la magica attrazione per il volo può,
frequentando una scuola seria e preparata, riuscire a coronare il suo sogno in costante
sicurezza.
In questa sezione esamineremo, per i diversi momenti della progressione didattica, i
principali problemi che si pongono, ne analizzeremo le cause e prospetteremo le
soluzioni che scaturiscono dalla nostra ed altrui esperienza. Nulla di ciò che è scritto
potrà sostituire l'impegno e la fatica che, sotto l'attenta guida di un istruttore, sarà
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necessario spendere (o meglio investire) per impadronirsi dei "segreti" del volo: come
abbiamo sopra accennato, tentare di imparare "da soli", sia pur sulla base di un manuale
specifico, è un azzardo che, oggi, non ha più ragion d'essere.
ALCUNI CONCETTI FONDAMENTALI
Come in numerose altre attività sportive, la sicurezza nel Volo Libero non è passiva (lo
è, invece, quella dei giocatori di biliardo che, se non accadono fatti davvero eccezionali,
rischiano molto poco della loro incolumità fisica), ma "attiva". Questo significa che la
sicurezza, nel volo, può essere raggiunta solo attraverso uno sforzo costante e
consapevole in quella direzione: manutenzione "pignola" dell'attrezzatura, valutazione
delle condizioni ambientali in assoluto ed in relazione alla propria abilità, capacità di
frenare l'impulso di "buttarsi" quando esistono ragioni valide per non farlo (salute,
farmaci, e così via). In compenso, quando il pilota affronta il volo in modo maturo e
consapevole, quest'ultimo non ha coefficienti di rischio superiori a quelli di altre attività
quotidiane (viaggi in auto) o sportive (vela, ciclismo).
Iniziamo dunque con alcune osservazioni fondamentali, che dovranno rimanere sempre
vive in un angolo della nostra "mente volante", il prezioso angolo dedicato, appunto, alla
sicurezza.
LIMITI OPERAZIONALI
Il parapendio è il più lento ed il più leggero dei veleggiatori pilotati dall'uomo: questo
fatto, che offre indiscutibili vantaggi (e che è alla base della sua rapida e crescente
diffusione), comporta però alcuni precisi limiti operazionali al di fuori dei quali le
possibilità di controllo del mezzo non sono più garantite. Lo studio della meteorologia
e la attenta osservazione delle zone di volo vi renderanno in grado di distinguere tra le
condizioni "volabili" e quelle proibitive, ma ciò che ci interessa sottolineare subito è che
non si tratta assolutamente di una questione di coraggio o di padronanza del mezzo:
quando il vento supera una certa velocità, in presenza di rotori o di forti turbolenze,
anche il miglior pilota del mondo è totalmente impotente, quanto l'ultimo degli allievi.
Si tratta quindi di limiti operazionali del mezzo e non del pilota: non si può raggiungere
l'America in moscone, non si può scalare l'Everest in bicicletta, non si va sulla luna con
un aeroplano, sia pur in perfette condizioni di manutenzione.
Dovranno essere quindi assolutamente evitate le condizioni caratterizzate da:
● venti superiori ai 25-30 Km/ora
● rotori di qualsiasi origine
●
possibilità di degenerazioine temporelesca: prossimità (o anche solo vista) di
cumulonembi.
VELOCITÀ RELATIVA E VELOCITÀ AL SUOLO
Altro argomento che merita un accenno preliminare è la differenza tra velocità relativa
all'aria e velocità relativa al suolo (che dipende in larga misura dalla forza e dalla
direzione del vento nel quale voliamo).
Sappiamo infatti che volando (con qualsiasi ala) siamo immersi in una massa d'aria ed i
parametri di volo (velocità, incidenza, direzione del moto ecc..) sono riferiti ad essa e ad
essa soltanto. Quando è utile o necessario riferirli al terreno (come durante il decollo,
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l'atterraggio o nel mantenimento di
una rotta prestabilita) diventa
indispensabile considerare anche il
movimento che la massa d'aria che
ci avvolge compie relativamente al
suolo: in questi casi dobbiamo,
cioè, considerare il vento !
Ad esempio (Fig. 6-4), con un
vento di 20 Km/h, se ci troviamo a
volare a 30 Km/h a favore di vento
la nostra velocità rispetto al suolo
sarà ragguardevole (20+30=50
Km/h); con lo stesso vento e la
stessa velocità di volo ma nella
opposta direzione (controvento) la
nostra velocità al suolo sarà di soli
10 Km/h.
Figura 6-4. La velocità relativa al suolo è fortemente influenzata dalla
intensità e dalla direzione del vento: questo fatto rende necessario
decollare ed atterrare sempre contro-vento.
Se, per assurdo, ci trovassimo a volare controvento in
una massa d'aria la cui velocità supera quella
massima del nostro apparecchio, ci troveremmo ad
indietreggiare rispetto al suolo, pur lasciando
completamente i freni (con le conseguenze che è
facile immaginare).
Analoghe considerazioni valgono per masse d'aria
che investono l'ala trasversalmente: in questo caso
varierà, non solo la velocità relativa al suolo, ma
anche la traiettoria di volo.
Sarà dunque necessario, per mantenere una rotta
prestabilita, volare in una direzione angolata rispetto
a questa (l'angolo tra rotta apparente e rotta reale,
detto angolo di deriva, sarà tanto più ampio quantoFigura 6-5. Per mantenere una rotta stabilita rispe
maggiore sono la componente laterale e la velocità volando in presenza di vento, è necessario manten
apparente tanto più "contro-vento", quanto maggio
del vento che ci investe): tale tecnica è alla base
del vento stesso.
dell'andatura detta "a granchio" (Fig. 6-5).
DECOLLO, ATTERRAGGIO E MANICHE A VENTO
Da quanto detto risulta evidente l'importanza di decollare ed atterrare sempre e soltanto
controvento. Anche qui valga un esempio:
immaginiamo di disporre di un ala che richiede, per volare, una velocità minima
●
di 20 Km/h; per poter decollare, cioè mettere l'ala in volo, dovremo quindi
portarla a circa 22 Km/h, relativamente alla massa d'aria nella quale ci inseriamo;
● se non c'è vento dovremo correre fino a raggiungere tale velocità;
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se abbiamo 10 Km/h di vento frontale è sufficiente correre fino ad una velocità
●
(riferita al suolo su cui ci muoviamo) di 12 Km/h: il decollo risulta quindi più
agevole;
se ci troviamo con un vento posteriore di 10 Km/h, anche tralasciando per un
●
attimo le difficoltà legate al gonfiaggio della vela, accade che quando corriamo a
10 Km/h questa risulta ferma relativamente al vento che la investe e, per
gonfiarla e metterla in volo, dovremo accelerare di altri 22 Km/h, per un totale di
32 Km/h (una velocità pressoché irraggiungibile).
Analoghe considerazioni riguardano l'atterraggio.
Ben si comprende perchè le zone di decollo ed i campi di atterraggio devono sempre
essere attrezzati con maniche a vento visibili ed efficienti.
PIANO DI VOLO ED ISPEZIONE PREVENTIVA DEI
LUOGHI DI VOLO
Prima di ogni volo è indispensabile formulare un piano di volo che risponda, almeno,
alle seguenti domande:
1. Che dislivello e che distanza esistono tra il punto di decollo e quello previsto
per l'atterraggio? Il rapporto tra distanza (orizzontale) e dislivello ci indica
l'efficenza necessaria per giungere in atterraggio. Il vento può ridurre anche
notevolmente la nostra efficienza-suolo e possono esistere atterraggi facilmente
raggiungibili in assenza di vento, ma "fuori-efficienza" con vento contrario.
2. A quale quota devo concludere il volo e devo iniziare le manovre di
avvicinamento?È importante arrivare all'atterraggio disponendo ancora di una
quota sufficiente a compiere le manovre necessarie per una corretta impostazione
dello stesso.
3. Quali riferimenti di quota dovrò considerare durante l'avvicinamento e
l'atterraggio? Come potrete vedere non è affatto semplice, nè "istintivo"
valutare la quota "a occhio". È dunque indispensabile effettuare un sopralluogo in
atterraggio prima di salire al decollo. In questa occasione si annoteranno
mentalmente alcuni riferimenti e le relative quote (piloni, alberi, riferimenti sul
vicino costone montano, ecc..). Tale sopralluogo deve essere ripetuto per ogni
nuova zona di atterraggio.
MAI VOLARE DA SOLI (SPECIE IN POSTI
SCONOSCIUTI)
Questa regola, che prendiamo volentieri "in prestito" dai sommozzatori, è una norma
prudenziale in grado di ridurre notevolmente le conseguenze di un incidente, magari
banale o comunque risolvibile da un "assistente".
Nel caso di località sconosciute, poi, è molto utile (oseremmo dire indispensabile)
prendere contatti con "volatili" locali (ormai il Volo Libero è molto diffuso, e sono pochi
i posti sfruttabili che non siano già stati "sperimentati" da qualche pilota di deltaplano o
di parapendio): ogni posto, infatti, ha le sue particolarità, non necessariamente positive
(punti di difficile attraversamento, zone perennemente in sottovento, particolari orari di
brezza, ecc.) che è molto utile conoscere in anticipo.
http:///para/para05.asp (4 of 5) [11/06/2001 14.55.46]
Capitolo 6 - IL VOLO CON IL PARAPENDIO
• Due parole sul
manuale
AL CAMPO SCUOLA
•
L'organizzazione
APERTURA DELLA VELA AL SUOLO
• Elementi
legislativi
Disporre correttamente la vela al suolo è
• Appunti di
semplicemente fondamentale per poter effettuare
aerodinamica
un corretto gonfiaggio (ed il conseguente
• Cenni di
decollo), e questo per una ragione fisica
meteorologia
facilmente comprensibile. Sappiamo, infatti, che
• Il volo col
l'aria deve gonfiare la vela entrando attraverso le
deltaplano
bocche e distribuirsi, poi, attraverso i fori delle
• Il volo col
centine. Questo avviene soltanto se la prima parte
parapendio
di vela che si gonfia è quella centrale: le parti
• Il parapendio
laterali vengono sollevate passivamente (anche
sgonfie) e la completa apertura è assicurata dai
• Evoluzione
fori di cui sopra.
strutturale
•
L'imbragatura
Se, al contrario, si gonfiano per prime le parti
• Il paracadute
laterali, esse si sollevano e convergono verso il
d'emergenza
centro, facendo collassare la bocche della parte
centrale: il risultato è che la vela si accartoccia
Figura 6-6. I primi cavi ad entrare in trazione devono essere quelli
• Tecniche di
senza mostrare alcuna tendenza ad assumere la
centrali: disporre la vela a "ferro di cavallo".
pilotaggio
configurazione di volo.
• Al campo
scuola
Dal momento che il gonfiaggio viene effettuato dal pilota trazionando gli elevatori anteriori è
• Lo stacco e il
necessario che questi agiscano prima sulla parte centrale che su quelle laterali. In altre parole la parte
volo
centrale deve essere più distante dal pilota rispetto alle parti laterali: questo si ottiene disponendo la
• Giochi con il
vento
vela a semicerchio (o "a ferro di cavallo"), con le bocche centrali bene aperte (Fig. 6-6).
• Voli alti
• Il Volo
ISPEZIONE DELLA VELA E POSIZIONAMENTO DEI FRENI
• La virata
•
Proprio sul campetto, dove le possibilità di errore dovrebbero poter essere ampiamente "perdonate", è
Avvicinamento
indispensabile prendere l'abitudine di verificare con attenzione la vela stessa e, soprattutto, la
e atterraggio
disposizione dei cavetti e dei freni.
• Autostabilità
• perchè la
I cavetti devono essere tutti "a vista" (nessun cavetto deve passare tra vela e terreno) e privi di nodi o
vela rimane
grovigli: particolare attenzione andrà rivolta ai cavetti laterali che, anch'essi, devono giacere sopra agli
aperta
stabilizzatori, e non essere, invece, nascosti da questi.
• Assetti
inusuali 1
I cordini dei freni dovranno essere disposti sul terreno, più esternamente rispetto a tutti gli altri, in
• Assetti
modo da poterne verificare completamente il decorso.
inusuali 2
• Stallo
• Paracadute e
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strumenti
CONTROLLO DEI "GIRI DI IMBRAGO"
• L'arte del
veleggiare
Quando, come accade sovente nei campi scuola, la selletta viene mantenuta costantemente attaccata alla
• Cenni di
vela, può accadere che essa compia uno o più giri su sè stessa: prima di "indossarla" è dunque
fisiologia
indispensabile verificare che sia correttamente allineata.
• Correzioni e
suggerimenti
Per fare ciò si solleva la selletta tenendola per i cosciali; l'altra mano scorre, sempre a contatto con i
• Volate a
materiali, partendo da sotto alla selletta, passando sui fianchi delle fasce, risalendo fino ai moschettoni:
volandia
a questo punto la mano deve trovarsi sulla faccia anteriore degli elevatori anteriori; se i cavi che
partono dagli elevatori anteriori raggiungono il bordo di entrata della vela senza "attorcigliarsi" con i
cavi posteriori, possiamo essere certi che la selletta e correttamente posizionata. Altrimenti sarà
necessario farla girare su sè stessa e ripetere la manovra di controllo.
ALLACCIATURA
L'allacciatura alla selletta deve essere effettuata avvicinandosi di qualche metro alla vela stessa:
altrimenti le ripetute trazioni sui cordini rovineranno completamente l'attento lavoro di disposizione
della vela al suolo prima effettuato. Soltanto al momento del gonfiaggio si deciderà, in base alla forza
del vento, quale distanza deve effettivamente essere presa rispetto alla vela. A questo punto si infilano
le spalline e si fermano i tre punti di aggancio: i due cosciali ed il pettorale, verificando la giusta
posizione e la tenuta delle fibbie di sicurezza.
È opportuno fare subito una piccola distinzione tra questi tre punti: i due cosciali sono punti
fondamentali, nel senso che sono loro a mantenerci "attaccati" alla vela, ed un loro errato aggancio
(con cedimento od apertura in volo) è indubbiamente drammatico.
Il pettorale, invece, ha una funzione meno "vitale" anche se importante: esso impedisce un eccessivo
allontanamento degli elevatori (destri e sinistri) che vengono trazionati, non soltanto verso l'alto ma
anche verso l'esterno, dai fasci funicolari.
Il mancato aggancio del pettorale è ancora compatibile con un volo "controllabile", ma la sensazione di
"cadere in avanti" è, specie agli inizi, molto spiacevole ed angosciante, anche se le spalline, di fatto,
impediscono che questo avvenga.
IMPUGNAMENTO DEGLI ELEVATORI ANTERIORI E DEI
FRENI
Questa operazione presenta, inizialmente, una difficoltà notevole, ma diviene rapidamente automatica
quando si adotta un "sistema" standard.
L'importante è che le nostre mani impugnino i freni e gli elevatori anteriori mentre gli elevatori
posteriori giacciono sugli avambracci (Fig. 6-7).
Raggiunta tale posizione si verifica, sollevando le braccia ed allontanandosi leggermente dalla vela
(occhio a non "scompigliarla"), che i cavi anteriori siano completamente liberi lungo tutto il bordo di
attacco.
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Figura 6-7. Impugnatura corretta: l'elevatore posteriore passa sopra
Figura 6-8.I due momenti del gonfiaggio: bisogna essere pronti
all'avambraccio
a "vincere" la fase di resistenza.
GONFIAGGIO, ASSETTO DI DECOLLO ED
ARRESTO
Iniziando ad avanzare controvento, con una corsa
progressiva, si compie un ampio movimento con
le braccia, trazionando gli elevatori anteriori in
avanti e verso l'alto: la vela, gonfiandosi, oppone
una certa resistenza fintantochè è dietro di noi;
poi, dopo una rapida salita, raggiunge la nostra
verticale e, se glielo consentiamo (ad esempio
rallentando la corsa, oppure tirando verso il basso
gli elevatori anteriori che teniamo in mano), ci
supera per afflosciarsi subito dopo.
Il secondo obbiettivo, una volta in grado di
gonfiare la vela, è quello di raggiungere e
mantenere l'assetto di decollo, cioè correre per
alcune decine di metri (su un terreno
pianeggiante) mantenendo la vela sulla verticale:
perchè questo sia possibile è necessario che la
nostra velocità sia uguale alla velocita di volo
della vela stessa. Mentre è intuitivo che possiamo
accelerare o frenare la nostra stessa corsa, è menoFigura 6-9. La trazione sugli elevatori deve essere rivolta in avanti ed
immediatamente evidente che, tramite i freni,
in alto.
possiamo accelerare o frenare anche la
velocità della vela.
Una volta terminato il gonfiaggio (anzi, qualche attimo prima che la vela sia sulla verticale),
abbandoniamo gli elevatori anteriori ed abbassiamo leggermente i freni, proseguendo la corsa. Se la
vela tende a sopravanzare, acceleriamo la corsa e, contemporaneamente, trazioniamo maggiormente i
freni. Se la vela rimane indietro, rallentiamo per un attimo, rilasciando completamente i freni; in alcuni
casi, se la vela tende a "cadere all'indietro" può essere necessario riprendere gli elevatori anteriori e
ripetere la fase di gonfiaggio esercitando, come prima, una trazione verso l'alto ed in avanti (mai verso
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il basso) (Fig. 6-9).
Esaurito lo spazio disponibile è ora necessario
fermare la vela che, idealmente, deve adagiarsi al
suolo dietro di noi senza eccessivi
ingarbugliamenti dei cavi: questo viene ottenuto
frenando completamente la vela (freni ad altezza
natiche) e continuando ad avanzare; se ci si
ferma troppo presto, la vela scende sulla nostra
testa, legandoci con i suoi cordini (Fig. 6-10).
NON APPENDERSI AGLI
ELEVATORI !
Un errore molto frequente (quasi costante!)
consiste nel trazionare verso il basso gli
elevatori anteriori (appendersi agli elevatori): il
risultato immediato è che la vela accelera, ci
supera, e si affloscia davanti a noi o sopra di noi.
Deve infatti essere chiaro che, quando la vela è
dietro di noi (mentre si stà gonfiando) una
trazione sugli elevatori corrisponde ad una
trazione in avanti della vela, mentre quando
questa è sopra di noi, la stessa trazione diviene
Figura 6-10. Per arrestare la vela è necessario frenarla e,
contemporaneamente, avanzare con il corpo.
una trazione verso il basso di tutto il bordo di
attacco, il che, come sappiamo dalla
aerodinamica, si traduce in una riduzione dell'angolo di incidenza ed in una accelerazione.
Per evitare tale errore è utile suggerire all'allievo di aprire le mani (badando a non lasciare andare i
freni), non appena la vela ha iniziato a sollevarsi. Con gli elevatori anteriori che appoggiano sui palmi
delle mani è ancora possibile spingerli in avanti, ma è invece impossibile tirarli verso il basso.
Un secondo errore, ma sarebbe meglio definirlo un'insieme di errori, consiste nel correre in modo
disordinato, agitando le braccia (che reggono i freni) per aiutarsi a mantenere l'equilibrio. Sui campetti
(e purtroppo non solo lì) se ne vedono di tutti i colori: corse con le braccia allargate ad aereo (quasi
dovessero essere loro le nostre ali) che oscillano paurosamente a destra ed a manca. Salti e ricadute che
aggiungono e tolgono peso alla vela, impedendole di stabilizzarsi. Improvvise frenate ed accellerate.
La vela è molto leggera e, per volare, richiede una corsa ed un carico più uniformi possibile. Ogni
"strattonata", modificando la forma, ne interrompe l'involo, e l'allievo corre, corre, senza che essa
mostri alcun desiderio di stabilizzarsi su di lui.
La corsa in assetto di decollo deve invece essere lineare, le braccia ripiegate mantengono i freni
all'altezza delle orecchio, i gomiti a contatto con il corpo impediscono movimenti disordinati, la
velocità non subisce brusche variazioni.
CONTROLLO DIREZIONALE
Già durante le corse in piano è utile "saggiare" l'effetto dei singoli freni sull'ala, trazionando ora l'uno
ora l'altro e correggendo anche la traiettoria di corsa per mantenere l'ala sempre sulla verticale (Fig.
6-11).
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Figura 6-11. Anche correndo sul prato è possibile pilotare la vela
agendo sui freni: è molto utile saggiarne la risposta fin dai primi
esercizi.
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Capitolo 6 - IL VOLO CON IL PARAPENDIO
• Due parole sul
manuale
LO STACCO E IL VOLO
•
L'organizzazione
• Elementi
PRIMI STACCHI (5-10 mt)
legislativi
• Appunti di
Se le operazioni di gonfiaggio e corsa in assetto di decollo sono eseguite correttamente, è sufficiente
aerodinamica
compiere le stesse manovre su di un terreno con una pendenza lievemente superiore per sentirsi
• Cenni di
sollevare dolcemente e decollare. Dal momento però che, prevedibilmente, ci si staccherà dal suolo,
meteorologia
diviene indispensabile introdurre un nuovo, fondamentale, momento che, d'ora in poi, non
• Il volo col
tralasceremo mai: il controllo visivo della vela.
deltaplano
• Il volo col
CONTROLLO VISIVO DELLA VELA
parapendio
• Il parapendio
Prima di "prendere il volo", al termine della fase di gonfiaggio, è indispensabile verificare
• Evoluzione
visivamente che la vela sia nel giusto assetto: tutti i cassoni gonfi, i cavetti ben distesi, i freni liberi da
strutturale
"giri" che impedirebbero le manovre in volo. A differenza di quanto accade, ad esempio, con il
•
deltaplano, in parapendio è sempre possibile "abortire" un decollo (vedi le osservazioni sulla scelta
L'imbragatura
del terreno di decollo), interrompendolo con un rallentamento ed una "affondata" di freni, nel caso il
• Il paracadute
gonfiaggio non sia perfettamente riuscito. Il controllo visivo serve anche per rilevare eventuali
d'emergenza
asimmetrie di assetto (vela che si alza più da una parte che dall'altra) e correggere, se necessario,
• Tecniche di
azionando il freno della parte più alta.
pilotaggio
• Al campo
LO STACCO VERO E PROPRIO
scuola
• Lo stacco e il
volo
Specie ai primi tentativi il movimento della corsa, se disordinato, può impedire alla vela di sviluppare
• Giochi con il
portanza e la corsa stessa prosegue per decine di metri senza che ci si senta sollevati. In questo caso i
vento
nostri sforzi saranno volti a mantenere un assetto di corsa ordinato ed uniforme.
• Voli alti
In altri casi la corsa, pur ordinata, accelera continuamente, fino al raggiungimento della nostra
capacità di velocità massima, senza alcun decollo: in questo caso è necessario frenare maggiormente
• Il Volo
la vela posizionando i freni all'altezza delle spalle, anzichè delle orecchie. Come vedremo tra breve,
• La virata
infatti, i freni, oltre che per le virate, devono essere utilizzati (insieme) per modificare le velocità di
•
volo e l'inclinazione della traiettoria. Una maggiore azione sui freni si traduce in una maggiore
Avvicinamento
efficienza (oltre che in un rallentamento) ed è probabile che, sullo stesso pendio di prima, ora si
e atterraggio
riesca a "staccare" dolcemente. Riassumento, quindi, se stiamo correndo con la vela gonfia al
• Autostabilità
massimo della nostra velocità senza staccarci dal suolo (e non stiamo tentando di decollare con il
• perchè la
vento posteriore) probabilmente stiamo tenendo le mani troppo alte.
vela rimane
aperta
• Assetti
"CARRELLO" ESTRATTO E FRENI ALLE ORECCHIE
inusuali 1
• Assetti
Per la frequenza con cui si presentano, vale la pena di analizzare due errori, tipici del campetto, dai
inusuali 2
quali ci dobbiamo liberare prima di passare ai voli veri e propri.
• Stallo
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• Paracadute e
Il primo è quello di "buttarsi" nella selletta sollevando le gambe in avanti alle prime avvisaglie di
strumenti
portanza: il risultato, di solito, è un brusco ritorno al terreno e benedetta sia l'asse di compensato,
sottile diaframma tra la parte più morbida del corpo ed il ruvido terreno. Bisogna infatti ricordare che,
• L'arte del
affidando di colpo tutto il nostro peso alla vela, questa tende ad accelerare bruscamente ed a perdere
veleggiare
un metro o due (in genere ben più della distanza che separa i due elementi sopra citati).
• Cenni di
fisiologia
Pertanto, quando percepiamo le prime avvisaglie di "stacco", semplicemente ignoriamole,
• Correzioni e
proseguendo la corsa come se nulla fosse: molto meglio fare un paio di falcate a vuoto che pestare
suggerimenti
pesantemente l'osso sacro.
• Volate a
volandia
Il secondo errore, ancora più grave, consiste nell'abbassare bruscamente i freni nel tentativo di
recuperare l'equilibrio precario: ora e per sempre ricordiamo che, tranne che nel momento dello stallo
finale, i freni non devono mai essere abbassai al di sotto dell'ombelico (e mai e poi mai al di sotto
del sellino).
Ciò che accade in seguito a questo errore è molto semplice: la vela rallenta bruscamente sollevandoci
e facendoci penzolare in avanti (come in altalena), quindi si chiude, in risposta al nostro
(involontario) comando, deponendoci al suolo con una violenza che dipende soltanto dall'altezza
raggiunta in quel momento. Forse proprio per evitare tale (madornale) errore molti istruttori
preferiscono fare effettuare i primi stacchi con i freni completamente rilasciati (braccia distese in
alto).
MANTENIMENTO DI UNA TRAIETTORIA RETTILINEA
Il passaggio dal suolo all'aria è, ai primi tentativi, il passaggio dal movimento caotico ad una perfetta
e quasi magica quiete: una volta in volo, lo sguardo è in avanti (e non puntato sulla verticale sotto di
noi), i piedi sono vicini e le gambe in lieve flessione. Se una piccola bolla ci solleva (e noi non lo
desideriamo), alziamo i freni, in modo da aumentare non soltanto la velocità orizzontale, ma anche
quella verticale. Al contrario, trazionando i freni, l'effetto "sollevante" della bolla sarà maggiore.
In nessun caso, comunque, i freni verranno abbassati oltre la linea delle spalle.
PRIME CORREZIONI DI ROTTA
Un concetto fondamentale del volo in generale, che
si applica puntualmente anche al parapendio, è che
le correzioni di rotta e le virate sono il risultato di
due distinti fattori: entità del comando e tempo
durante il quale il comando viene impartito. In altre
parole bisogna lasciare il tempo all'ala di
"registrare" il nostro comando e di reagire ad esso.
L'azione sul freno deve quindi essere moderata,
graduale e protratta, cioè l'esatto contrario di
potente, brusca e brevissima.
Al comando dell'istruttore, quindi, il freno interno
alla virata verrà dolcemente abbassato di 5-15 cm e
mantenuto in tale posizione fino a che l'ala non
risponde, virando. Per ripristinare il volo rettilineo
sarà sufficiente riportare il freno alla stessa altezza
di quello controlaterale e, ancora una volta,
Figura 6-12. Le correzioni eccessive (sovraccorrezioni)
attendere qualche secondo.
innescano un pendolamento laterale.
Essendoci passati, proviamo a ricordare i pensieri
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che erano alla base degli errori di controllo laterale nei nostri primi stacchi:
"Devo virare a destra quindi ...", brusco abbassamento del freno destro (20-30 cm!) e suo immediato
risollevamento "... non si sa mai". Nessun effetto. "Ora riprovo ...", altra strattonata a destra e,
immediatamente, "non succede nulla ... devo abbassare di più", ulteriore abbassamento del freno: il
risultato è una notevole inclinazione di lato che ci sorprende per la sua entità, "è troppo, devo
correggere ... ", brusca strattonata del freno controlaterale, ed inizio di un pendolamento laterale
che solo il morbido prato smorza quando si giunge al suolo.
Chissà perchè il tempo sembra dilatarsi durante i primi stacchi ed i secondi necessari per ottenere la
virata sembrano minuti. All'inizio, quindi, le correzioni di rotta saranno minime, proprio per prendere
confidenza con i "tempi" dell'ala.
ATTERRAGGIO
Dopo il breve stacco<+> il terreno, inesorabile, ci richiama a sè: ad un'altezza di circa 2-3 metri
iniziamo ad abbassare entrambe i freni e concludiamo la manovra di stallo portandoli sotto alla
selletta quando ormai i nostri piedi sono a mezzo metro dal suolo. Le gambe, il nostro carrello,
saranno pronte ad ammortizzare il lieve impatto, facendo qualche passo in avanti per smaltire la
eventuale velocità orizzontale residua e consentire alla vela di ricadere dietro di noi anzichè sul
nostro capo (proseguendo la pratica scopriremo presto che arrestarsi magicamente a 5 cm da suolo
non è un obbiettivo irraggiungibile, con il parapendio).
Gli errori possibili sono sostanzialmente tre.
1) Stallare troppo presto, cioè troppo in alto. Se stalliamo a 3-4 metri subiremo semplicemente un
atterraggio "brusco", a patto che non ci venga in mente di rilasciare completamente i freni, nel
tentativo di correggere l'eccessivo anticipo della manovra: sotto ai 5 metri quando la decisione di
stallare è presa, deve essere mantenuta; del resto mai, per nessuna ragione, abbasseremo
completamente i freni ad un'altezza superiore ai 5 metri, pena la chiusura della vela ed un arrivo a
velocità (troppo) sostenuta.
2) Stallare troppo tardi, cioè quando già i piedi stanno già toccando il suolo: proprio per la
latenza di cui abbiamo parlato nel precedente paragrafo, sarà come non stallare affatto; grazie al cielo
il parapendio è molto più "buono" del deltaplano con questo tipo di errore ed una ruzzolata sul prato,
se morbido e privo di rocce, sarà tutto.
3) Stallare ad un altezza giusta, ma in modo asimmetrico (tirando più un freno dell'altro): in
presenza di vento tale asimmetria si traduce in una virata che può portarci ad atterrare con il vento di
traverso, se non decisamente dietro; è dunque importante mantenere una perfetta orizzontalità.
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Figura 6-13. Limiti di altezza per effettuare lo stallo finale in atterraggio: mai abbassare completamente i freni (o rallentare
eccessivamente) al di sopra di 5 metri dal suolo.
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Capitolo 6 - IL VOLO CON IL PARAPENDIO
• Due parole sul
manuale
GIOCHI CON IL VENTO
•
L'organizzazione
Quando il vento sostenuto impedisce il normale svolgimento della giornata di campetto niente paura:
• Elementi
è ugualmente possibile divertisi parecchio imparando, nel contempo, cose preziose. Stiamo
legislativi
parlando dei giochi con il vento il cui valore didattico è veramente notevole poichè consentono
• Appunti di
all'allievo di prendere confidenza con la vela in condizioni di assoluta sicurezza.
aerodinamica
• Cenni di
"Sentire" la vela sopra di sè è infatti un requisito indispensabile per volare con padronanza ed un
meteorologia
ampio prato in pianura, battuto da un vento sostenuto e laminare, costituisce la palestra ideale per
raggiungere questo obbiettivo (se il vento è turbolento, niente da fare).
• Il volo col
deltaplano
Lo scopo del "gioco" è quello di mantenere la vela in volo sopra di sè in modo continuo e controllato,
• Il volo col
e l'esercizio è utile non solo per gli allievi, ma anche per chi ha appena cambiato vela e vuole
parapendio
saggiarne i tempi di risposta.
• Il parapendio
• Evoluzione
strutturale
GONFIAGGIO "ROVESCIATO" DELLA
•
L'imbragatura
VELA
• Il paracadute
d'emergenza
Per poter gonfiare la vela in presenza di vento
• Tecniche di
pilotaggio
sostenuto è difficile (e a volte francamente
impossibile) utilizzare la tecnica normale: quando
• Al campo
scuola
la vela, alzandosi, si trova aperta dietro di noi la
resistenza che oppone al vento è tale da
• Lo stacco e il
"trascinarci" all'indietro nonostante tutti i nostri
volo
sforzi.
• Giochi con il
vento
Giocando con il vento, dunque, è necessario girarsi
• Voli alti
verso la vela, facendo passare gli elevatori di una
• Il Volo
semiala sopra al capo (è molto importante abituarsi
• La virata
fin dall'inizio a girarsi sempre dalla stessa parte,
•
in modo da evitare sorprese quando si utilizzerà
Avvicinamento
questa metodica per decollare).
e atterraggio
• Autostabilità
A questo punto si impugnano i freni e gli elevatori
• perchè la
lasciando l'incrocio che si è formato tra il corpo e le
vela rimane
mani: la mano destra impugna freno ed elevatore
aperta
Figura 6-14. Come impugnare elevatori anteriori e freni per il
che vanno verso la parte dell'ala che resta alla
• Assetti
gonfiaggio "rovesciato".
nostra destra e la mano sinistra gli altri.
inusuali 1
• Assetti
Buttandosi con il peso all'indietro (esercitando la forza sul sellino, più che sugli elevatori stessi) la
inusuali 2
vela si gonfia e tende a "strapparci" verso di essa, ma la posizione "rovesciata" consente di opporre
• Stallo
molta più resistenza (come nel tiro alla fune) ed è quindi facile far giungere la vela sulla verticale.
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• Paracadute e
strumenti
Questa tecnica di gonfiaggio viene anche detta "speculare" o "alla francese".
• L'arte del
Le vele più recenti ed allungate, se sollevte come appena descritto, mostrano la loro migliorata
veleggiare
"performance" salendo sopra di noi con un giuzzo e generando portanza in modo improvviso e
• Cenni di
potente: con queste ali, per evitare di essere letteralmente strappati da terra, è necessario impugnare
fisiologia
gli elevatori anteriori con una mano e quelli posteriori con l'altra; durante la salita (da 3/4 circa in su)
• Correzioni e
sarà allora possibile rallentarla e renderla più dolce semplicemente "schiacciando" gli elevatori
suggerimenti
posteriori: solto dopo che è stata raggiunta la verticalità possono essere impugnati i freni come più
• Volate a
sopra descritto.
volandia
STABILIZZAZIONE
Una volta sollevata la vela il problema è "tenerla lì": almeno inizialmente ci sembrerà dotata di una
maligna tendenza a ricadere al suolo.
Disponiamo di tre strumenti per riuscire nel compito: gli elevatori anteriori, i freni e gli elevatori
posteriori.
Gli elevatori anteriori, che usiamo per il gonfiaggio, devono essere ripresi e trazionati ogni
●
volta che la vela scende davanti a noi (ricordiamo che siamo girati) tendendo a trasportarci
con sè.
I freni verranno mantenuti in una posizione tale che la velocità della vela sia uguale a quella
●
del vento, ed essa non tenda quindi nè ad avanzare nè a retrocedere (è dunque evidente che
l'azione sui freni varierà, sia pur di poco, in modo continuo, al variare della velocità del
vento). Se la vela ci passa sopra, viaggiando controvento, dovremo azionare i freni e fare uno
o due passi all'indietro; se la vela tende a cadere, prima di riprendere gli elevatori anteriori,
potremo provare a lasciare completamente i freni, per recuperarne la verticalità.
Gli elevatori posteriori (che hanno lo stesso effetto dei freni, ma più potente) sono la nostra
●
"sicurezza": tirandoli con energia la vela cade e si sgonfia. Se una folata particolarmente
robusta trascina la vela sul prato e noi con essa, una energica trazione sugli elevatori posteriori
la farà chiudere e, quindi, arresterà la sua e nostra corsa. Questa manovra si potrà rivelare
preziosissima in decollo, quando essere trascinati dalla vela potrebbe non essere altrettanto
innocuo.
Un secondo modo per ridurre drasticamente la resistenza offerta dalla vela, ed evitare quindi di essere
trascinati, è attuabile con i modelli dotati di tre distinti elevatori per lato (quelle cioè che, oltre agli
elevatori anteriori e posteriori, hanno anche quelli centrali, detti "b"); è allora sufficiente trazionare
questi ultimi perchè la vela si ripieghi a V lungo tutta la sua lunghezza, senza più offrire alcuna
resistenza.
Il trazionamento degli elevatori centrali viene anche utilizzato, in volo, quando si desidera
incrementare il tasso di discesa per "sfuggire" ad ascendenze rivelatesi troppo robuste (stallo "b"):
anche in questo caso, prima di imitarli, vale pena di interpellare i costruttori od i rivenditori, per
sentire se esistono controindicazioni alla manovra.
Nel caso la vela si storti (una semiala alta ed una che tende a tornare al suolo) è necessario frenare
l'ala alta e trazionare l'elevatore anteriore di quella bassa: una ampia azione di freno, inoltre,
impedisce alla vela di "ruotare su sè stessa", costringendola ad adagiarsi al suolo nella giusta
posizione.
IL "TRUCCO": ANTICIPARE LA VELA
Ci si accorgerà rapidamente che l'unico modo per controllare perfettamente la vela è quello di
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individuare rapidamente le tendenze "destabilizzanti" e di anticipare le correzioni. Il principio,
fondamentale anche nel volo, è il seguente: più precocemente si interviene con una correzione,
minore questa deve essere e maggiore sono i sui effetti stabilizzanti.
Ecco che i neofiti, quando giocano con il vento, si trovano sempre in posizioni estreme (letteralmente
appesi agli anteriori, oppure con uno od entrambe i freni completamente tirati), mentre l'istruttore si
limita ad osservare la vela dando, qua e là, impercettibili colpetti: la sua vela è completamente
immobile (sembra disegnata) mentre quelle degli allievi ricordano fogli di carta in una tromba d'aria.
Figura 6-15. Giochi con il vento: A=la vela cade: trazionare gli elevatori antieriori; B= la vela ci sopravanza: frenare; C=un lato si
alza: trazionare il freno; D=veniamo trascinati: trazionare gli elevatori posteriori; E=obbiettivo raggiunto.
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Capitolo 6 - IL VOLO CON IL PARAPENDIO
• Due parole sul manuale
VOLI ALTI
• L'organizzazione
• Elementi legislativi
• Appunti di aerodinamica
DECOLLO
• Cenni di meteorologia
• Il volo col deltaplano
Se l'errata valutazione delle condizioni meteo rappresenta la causa più frequente di
• Il volo col parapendio
incidenti, la scelta di un decollo "che non perdona" è sicuramente la seconda, e questo è
• Il parapendio
particolarmente stupido perchè il parapendio si distingue dagli altri mezzi volanti
proprio per la possibilità di "abortire" decolli fino a che si è stufi, posto, naturalmente, di
• Evoluzione strutturale
aver scelto un terreno idoneo.
• L'imbragatura
• Il paracadute d'emergenza
Deve quindi trattarsi di un prato in discesa, con una lunghezza sufficiente a
• Tecniche di pilotaggio
"sbagliare" non uno, ma due o tre decolli a fila.
• Al campo scuola
• Lo stacco e il volo
La zona deve inoltre essere la più aperta possibile in modo che il vento, non incontrando
• Giochi con il vento
ostacoli, ci investa in modo lineare.
• Voli alti
• Il Volo
Bisogna diffidare dei decolli costituiti da una striscia di terreno (sia pur larga 25-30 mt)
• La virata
compresa tra due filari di alberi; in queste condizioni una componente laterale del vento
genera una discendenza lungo tutto il corridoio. La pendenza dovrebbe essere almeno
• Avvicinamento e atterraggio
doppia rispetto alla linea di discesa dell'ala (ideale tra i 25 ed i 35 gradi).
• Autostabilità
• perchè la vela rimane aperta
• Assetti inusuali 1
LA PENDENZA ED I FRENI
• Assetti inusuali 2
• Stallo
Esiste una relazione precisa tra pendenza del terreno di decollo ed entità della trazione
sui freni: più il decollo è ripido, più bisogna frenare (stando sempre, ovviamente,
• Paracadute e strumenti
lontani dalle condizioni di stallo); cerchiamo di capire perchè.
• L'arte del veleggiare
Quando si corre in discesa ci si muove, contemporaneamente, sia in avanti che in basso
• Cenni di fisiologia
ma i due movimenti hanno effetti molti diversi sulla vela.
• Correzioni e suggerimenti
• Volate a volandia
In pianura, quando il movimento è solo in avanti, la vela è completamente "scarica", cioè
non è chiamata a portare anche parte del nostro peso: non solo non si deve frenare ma,
spesso, è indispensabile, correndo, mantenere una spinta sugli elevatori anteriori. Man
mano che la pendenza aumenta, ogni nostro passo in avanti ci fa anche scendere e questo
movimento verticale "carica" la vela di una parte del nostro peso (per assurdo, su un
burrone, un solo passo carica la vela dell'intero nostro peso).
Come ben sà chi ha studiato l'aerodinamica, esiste una relazione tra carico e velocità di
volo, per cui, caricando la vela, questa tende a volare tanto più velocemente quanto
maggiore è il carico.
Se la pendenza è piuttosto ripida e non freniamo a sufficienza, la vela, dopo esser giunta
sulla verticale, accelera, ci sorpassa ed il bordo anteriore si chiude, abortendo il decollo.
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Per lo stesso motivo, se un terreno di decollo ha due pendenze, una minore per il
gonfiaggio ed una maggiore per il decollo vero e proprio, sarà necessario variare l'azione
sui freni nel momento in cui si passa da una pendenza all'altra: solo in questo modo la
vela sembrerà "incollata" sulla verticale.
D'altro canto, poichè frenando variamo l'angolo di incidenza, un decollo la cui pendenza
sia di poco superiore a quella di massima efficienza richiederà che i freni vengano
comunque mantenuti all'altezza delle spalle (posizione corrispondente, appunto, alla
velocità di massima efficienza), altrimenti non potremo staccarci dal pendio.
IL VENTO
Come abbiamo già accennato anche il vento ha una notevole importanza nella fase di
decollo; l'intensità del vento, infatti, modifica sensibilmente il modo di decollare, in
termini di forza necessaria e velocità della corsa: ormai sappiamo bene che l'ideale
sarebbe una brezza frontale di 10-12 Km/h, tuttavia non sempre è così.
In linea generale possiamo dire subito che lo "slancio" necessario per ottenere il
gonfiaggio della vela è inversamente proporzionale alla velocità del vento: vediamo i
diversi casi.
VENTO ZERO
In assenza di vento siamo noi a dover fornire alla vela tutta l'energia richiesta per il suo
gonfiaggio. Questo significa che dovremo fare uno o due passi indietro per prendere lo
slancio ed iniziare una corsa energica trasferendo la massima velocità possibile agli
elevatori anteriori. Una volta gonfiata la vela, la si verifica a vista, sempre continuando
a correre, e si prosegue poi la corsa fino al raggiungimento della velocità minima di volo
(circa 20 Km/h).
VENTO DA DIETRO
Con il vento che arriva da dietro NON SI DECOLLA!. Se siete su un ampio e morbido
pratone, senza rocce o brusche pendenze, potete (a differenza dei vostri colleghi
deltaplanisti) togliervi lo "sfizio" di verificare se è vero: vi renderete conto, in tal modo,
che la teoria e la realtà vanno molto d'accordo in questo caso, e vi fermerete alcuni metri
più avanti, idealmente dopo un bel ruzzolone. Lo stesso tentativo su un decollo "cattivo"
(rocce, brusche pendenze) potrebbe invece avere esiti assai peggiori.
VENTO IDEALE (5-10 Km/h, frontale)
In questo caso non è necessario alcuno slancio, ma sarà sufficiente iniziare una corsa
progressiva dopo aver posto in lieve tensione i cavi già sapendo che, nel momento in cui
l'ala si gonfierà, opporrà una certa resistenza che causerà un momentaneo rallentamento.
L'attimo del rallentamento è ideale per effettuare il controllo a vista della vela. Una
leggera corsa, la giusta trazione sui freni, ed il pendio si stacca dolcemente.
VENTO MODERATO(15-25 Km/h, frontale)
L'energia necessaria per il gonfiaggio è completamente fornita dal vento e non è quindi
necessario alcuno slancio, anzi ... in queste condizioni è sufficiente porre in lieve
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tensione i cavi anteriori, inclinando anche un po' il corpo in avanti.
Non appena il vento investe le bocche, l'ala si gonfia da sè. Specie per le velocità
superiori (20-25), dovremo anche attenderci di essere, per qualche attimo, "tirati
all'indietro": il pilota esperto, che lo sa, anticipa tale effetto facendo addirittura uno o due
passi all'indietro lui stesso, approfittandone per controllare a vista la vela; in questo
modo, anzichè essere lei ad avanzare fino alla nostra verticale, siamo noi che
indietreggiamo per porci al di sotto della vela. Tentare di partire di slancio con un vento
di questo tipo dà luogo ad un potente strappo all'indietro con sollevamento del pilota
(che ricade qualche metro più a monte). Sempre con vento che oscilla sui 20 Km/h è
anche possibile effettuare la partenza "rovesciata". Si procede come già descritto
parlando dei "giochi con il vento" e, quando le vela è stabilizzata sul capo, si lasciano i
freni, si compie una rapida giravolta (dalla parte giusta!), si riafferrando i freni (questa
volta non incrociati) e ci si trova nella posizione giusta per decollare (dopo una rapida
ma attenta occhiata alla vela).
VENTO TESO
Quando il vento supera i 25 Km/h, i margini di sicurezza si assottigliano notevolmente
(indispensabile il decollo "rovesciato"), per scomparire al di sopra dei 30-35, condizioni
nelle quali è meglio dedicarsi ad altre attività.
I CICLI TERMICI DI PENDIO
Come più ampiamente spiegato nel
capitolo di meteorologia, quando l'aria
è instabile, dal pendio riscaldato si
staccano bolle che vengono sospinte
contro il pendio stesso. Attraversando
la zona di decollo, queste si presentano
come intermittenti rinforzi del vento. È
utile riconoscere la presenza dei cicli
termici di pendio poichè facilitano il
decollo ed aumentano le possibilità di
veleggiare senza perdere troppa quota.
È importantissimo tuttavia saperli
distinguere con certezza da
momentanei rinforzi dovuti alla
presenza di rotori di sottovento che
risalgono il pendio: in queste
condizioni il volo è assolutamente
proscritto! La prima indicazione per
distinguere le due condizioni ci viene
dalla verifica del vento prevalente; i
rotori di sottovento si generano solo
con venti prevalenti che investono la
montagna da dietro (rispetto al punto
di decollo).
Inoltre, tra un ciclo termico e l'altro, ci
Figura 6-16. È molto importante saper distinguere con sicurezza i sono, è vero, momenti di relativa
cicli termici di pendio da eventuali rotori di sottovento.
calma ma non compaiono mai
fenomeni di discendenza che sono
invece costantemente presenti tra un rotore e l'altro.
La raffica dovuta al ciclo termico è moderata e senza eccessive variazioni di intensità e
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direzione, mentre, nel caso di un rotore, la manica risulta tesa (vento più forte) ed
estremamente incostante (Fig. 6-16).
In ogni caso, se (in tutta coscienza) avete dei dubbi nel distinguere le due condizioni
significa che non avete ancora accumulato abbastanza esperienza per volare in maniera
autonoma e dovete quindi interpellare qualche pilota esperto.
Se il dubbio permane e non vi sono piloti esperti disponibili ripiegate il parapendio e
tornate a casa: è vero che forse state perdendo un buon volo, ma con maggiori
probabilità vi state salvando da una brutta avventura.
ALBERI IN FONDO
La presenza di alberi a valle del
decollo limita il terreno utile per la
corsa, soprattutto per i fenomeni di
turbolenza che si generano in presenza
di vento (Fig. 6-17); lo stesso negativo
effetto hanno le strade ed i tornanti nei
confronti dei pendii sovrastanti.
STRAPIOMBO
Ottimo e rapido mezzo per ridurre
l'eccessivo affollamento dei cieli.
Scherzi a parte: non pensateci
neppure. Anche in questo caso, infatti,
non si tratta di abilità: lo strapiombo
genera movimenti irregolari dell'aria
che rendono molto probabile una
"cattiva apertura" della vela, senza
concedere alcuna possibilità di
recupero (Fig. 6-17).
Figura 6-17. Gli alberi in fondo al terreno di decollo ne limitano
la sfruttabilità, per le turbolenze che generano.
I decolli da strapiombo devono essere sempre assolutamente
VERIFICHE
evitati.
PREVOLO
Dando per scontato che le condizioni meteorologiche siano idonee al volo, abituiamoci
ad un controllo sistematico dell'ala e dell'attrezzatura prima di ogni volo: l'abitudine di
eseguire i controlli in certo ordine (check- list) anche se può sembrare eccessivamente
"pignola" aiuta a non tralasciare alcunchè, in momenti molto aggredibili dalla
"distrazione" (emozione, impazienza, tensione).
Controlliamo dunque (in questo od in un altro ordine prestabilito):
L'imbrago: verifichiamo la tenuta delle cuciture (specie a livello dei gambali), lo stato
delle eventuali funi o dei tiranti e la loro linearità, la chiusura del paracadute
d'emergenza, se presente, verificando la forza necessaria per aprirla; controlliamo,
inoltre, che non ci siano "giri".
Gli strumenti (se ci sono): tariamo l'altimetro ed il variometro con un certo anticipo
(avremo il tempo di effettuare eventuali correzioni che si rivelassero necessarie),
proviamo la radio.
Gli indumenti: occhio al freddo!
La vela: ben distesa a ferro di cavallo, con le bocche centrali aperte.
I cavi: distesi, a vista, senza ingarbugliamenti.
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I freni: distesi in esterno, a vista, senza ingarbugliamenti.
Dopo di che ci imbraghiamo ed attendiamo il momento buono per staccare; prima di
farlo, tuttavia, verifichiamo (si, ancora!) gli ultimi aspetti importanti:
Vela: un'altra occhiata alla vela ci assicura che i movimenti di imbrago non l'abbiano
spostata dalla posizione originale.
Cavi: dopo averli impugnati, solleviamo uno alla volta gli elevatori anteriori e
verifichiamo che i cavi siano liberi fino al bordo di attacco; accertiamoci inoltre che gli
elevatori posteriori poggino sulle braccia e non passino al di sotto di esse.
Imbrago: controlliamo che cosciali e pettorale siano correttamente chiusi e fermati.
Ostacoli: terreno libero, nessun altro pilota pronto per il decollo, zona antistante libera
da piloti in volo.
Vento: frontale, lineare, di giusta intensità.
VIA
Specie ai primi voli è normale e giusto avere un poco di paura prima di un decollo: un
po' di timore ci stimolerà a compiere ripetute verifiche e a mantenere una elevata
concentrazione. L'esperienza insegna che bisogna piuttosto temere la eccessiva
confidenza.
Non facciamoci mai prendere dalla smania di partire: scegliamo il nostro momento con
calma e chiediamo sempre una verifica di massima ed una benevola occhiata a qualche
pilota esperto presente. La sensazione che si possa perdere il "momento buono", specie
all'inizio, è falsa e pericolosa: il momento buono è quando siamo pronti noi e solo allora.
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Capitolo 6 - IL VOLO CON IL PARAPENDIO
• Due parole sul manuale
IL VOLO
• L'organizzazione
• Elementi legislativi
• Appunti di aerodinamica
IL CONTROLLO DELL'INCIDENZA
• Cenni di meteorologia
• Il volo col deltaplano
Come abbiamo appreso dall'aerodinamica, il controllo dell'incidenza è cruciale nel
• Il volo col parapendio
determinare le due velocità di volo (verticale ed orizzontale) e, conseguentemente, anche
• Il parapendio
l'efficenza (che esprime il loro rapporto). In attesa di approfondire meglio l'argomento
(aerodinamica applicata al parapendio), semplifichiamoci la vita affermando che il
• Evoluzione strutturale
controllo dell'incidenza viene effettuato azionando entrambe i freni in ugual misura.
• L'imbragatura
• Il paracadute d'emergenza
Con i freni completamente rilasciati, l'angolo di incidenza è il minore possibile
• Tecniche di pilotaggio
(trascurando volutamente la possibilità, rischiosissima con alcune ali, di trazionare gli
• Al campo scuola
elevatori anteriori per ridurlo ulteriormente).
• Lo stacco e il volo
• Giochi con il vento
Man mano che si tirano i freni l'angolo di incidenza aumenta fino a raggiungere quello
• Voli alti
di stallo (evento che si verifica, con la maggior parte delle ali, mantenendo i freni
• Il Volo
all'altezza del sellino).
• La virata
• Avvicinamento e atterraggio
LE VELOCITÀ DI VOLO
• Autostabilità
• perchè la vela rimane aperta
• Assetti inusuali 1
VELOCITÀ MASSIMA
• Assetti inusuali 2
• Stallo
Un parapendio, dunque, quando è lasciato a sè stesso (freni completamente rilasciati)
vola alla sua velocità massima.
• Paracadute e strumenti
• L'arte del veleggiare
MASSIMA EFFICIENZA
• Cenni di fisiologia
• Correzioni e suggerimenti
Portando i freni all'altezza delle spalle si viaggia alla velocità di massima efficienza,
• Volate a volandia
quella cioè nella quale diviene ottimale il rapporto tra caduta ed avanzamento; in aria
calma, è la velocità che ci permette di andare più lontano.
MINIMA CADUTA
Rallentando ulteriormente (freni all'altezza del petto), si ottiene la velocità di minima
caduta: in aria calma e a parità di quota questa velocità è quella che ci permette di stare
in aria più a lungo.
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PRESTALLO
Mentre con altri mezzi volanti, un rallentamento anche lieve effettuato a partire dalla
velocità di minima caduta porta allo stallo, con molti parapendio esiste la possibilità di
assumere e mantenere una condizione intermedia (come trazione sui freni) tra le due, la
velocità (ci sia consentito il termine) di prestallo.
In questa situazione (freni ulteriormente abbassati rispetto alla velocità di minima
caduta) l'ala avanza pochissimo ma, in compenso, scende ad una velocità anche notevole
(3-4 m/s e più).
STALLO
Tirate ancora e siete alla velocità di stallo: ciò che accade a questo punto dipende molto
dal modello utilizzato, tuttavia l'ala smette di sviluppare portanza e quindi, in senso
tecnico, non vola più.
Nella maggior parte dei casi la vela
collassa (condizione chiamata da
alcuni post-stallo) e si scende in
caduta libera fino a che non si riapre e
vengono ripristinate le normali
condizioni di volo.
Alcune vele reagiscono allo stallo,
specie se indotto molto lentamente,
entrando in una condizione nota come
stallo paracadutale: la velocità di
avanzamento è quasi nulla e quella di
discesa è molto elevata, potendo
raggiungere e superare i 6-8 m/s (vedi
oltre).
Figura 6-18. Il passaggio dalla velocità di massima efficienza a
VARIAZIONI DI
quella di minima caduta peggiora la traiettoria di discesa anche se,
per qualche istante, si ha l'impressione opposta: questo fenomeno
VELOCITÀ E
momentaneo è dovuto alla trasformazione della maggior velocità
precedente in "quota".
TRAIETTORIA DI
DISCESA
Non è immediatamente intuitivo che, passando dalla velocità di massima efficenza a
quella di minima caduta, la traiettoria di discesa divenga più ripida: quando si compie
tale manovra, infatti, la sensazione è quella di venire addirittura "sollevati"; e allora?
Effettivamente, per qualche istante, la traiettoria si fa meno ripida: è il tempo durante il
quale la nostra velocità precedente viene trasformata in quota (Fig. 6-18).
Dopo un attimo, però, stabilizzati sulla nuova velocità (più lenta) la traiettoria,
effettivamente, si inclina maggiormente (se così non fosse quella attuale e non quella
precedente sarebbe la velocità di massima efficenza).
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ERRORI NEL CONTROLLO
DELL'INCIDENZA E LORO
RECUPERO
Anche se le vele utilizzate per la scuola sono in grado di recuperare, autonomamente e
rapidamente, il normale assetto di volo, vale la pena di accennare alle manovre utili per
accelerare tale processo. Una trattazione più dettagliata è fornita tra poche pagine,
parlando delle chiusure e degli assetti inusuali.
PENDOLAMENTO
Ve ne sono di due tipi: laterale e
longitudinale.
Il pendolamento laterale, molto
frequente durante le prime correzioni
di rotta, consegue ad una o più
sovraccorrezioni consecutive in virata
(trazioni eccessive e prolungate dei
freni); esso viene rapidamente
smorzato dall'ala stessa, a patto che il
pilota mantenga entrambi i freni a pari
altezza (idealmente tra orecchie e
spalle) per qualche secondo.
Il pendolamento longitudinale, che
Figura 6-19. Per correggere un pendolamento longitudinale è
ricorda un "giro" in altalena, può
necessario accellerare durante la fase A e, se non è sufficiente,
derivare da correzioni brusche di
rallentare durante la fase B.
incidenza (frenare bruscamente o
rilasciare di colpo entrambi i freni) ma,
più spesso, è il risultato della entrata o della uscita da bolle termiche. Mantenendo il
paragone con l'altalena, possiamo distinguere due momenti rilevanti (Fig. 6-19) un
momento di "risalita" ed uno di caduta in avanti.
Manovra di correzione: per fermare il pendolamento si deve accelerare la vela
iniziando dal momento di verticalità per tutta la fase di risalita e, se questo non è stato
sufficiente, frenare durante le fasi di ritorno. Sia pur un poco più lentamente, tuttavia,
anche questo pendolamento viene smorzato ed annullato dalla stessa vela, posto che il
pilota non intervenga inopportunamente.
POST-STALLO
Se entrambi i freni vengono abbassati completamente (all'altezza del sellino o più in
basso) la vela stalla e, dopo qualche secondo, collassa. La drammaticità della situazione
è direttamente correlata alla quota, dal momento che il recupero da una posizione di
questo tipo determina la perdita di un'altezza considerevole (vedi la sezione "chiusure ed
assetti inusuali).
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Capitolo 6 - IL VOLO CON IL PARAPENDIO
• Due parole sul
manuale
LA VIRATA
• L'organizzazione
• Elementi legislativi
• Appunti di
aerodinamica
• Cenni di meteorologia
• Il volo col deltaplano
• Il volo col parapendio
• Il parapendio
• Evoluzione
strutturale
• L'imbragatura
• Il paracadute
d'emergenza
• Tecniche di
pilotaggio
• Al campo scuola
• Lo stacco e il volo
• Giochi con il vento
• Voli alti
• Il Volo
• La virata
• Avvicinamento e
atterraggio
• Autostabilità
• perchè la vela rimane
Figura 6-20. Posizioni in virata: si noti che in A, B e C la differenza di trazione sui freni non varia.
aperta
• Assetti inusuali 1
Come sappiamo, per effettuare una virata con il parapendio è sufficiente tirare un freno più
• Assetti inusuali 2
dell'altro (maggior trazione del freno destro=virata a destra e viceversa). In altre parole ciò che
• Stallo
determina la virata non è la posizione assoluta di un freno, bensì la differenza di trazione tra i
• Paracadute e strumenti
due freni. Una piccola differenza (5-10 cm) determina una virata dolce ed ampia con scarsa
inclinazione laterale (rollio), mentre una differenza maggiore (20-30 cm) produce una virata
• L'arte del veleggiare
più accentuata con una inclinazione sensibile.
• Cenni di fisiologia
• Correzioni e
Con le prime ali, una differenza anche notevole tra i freni (uno rilasciato e l'altro al sellino)
suggerimenti
generava rapidamente una forte inclinazione, innescando facilmente una spirale positiva (vedi
oltre), mentre con le vele moderne tale posizione, se assunta senza adeguata accelerazione, può
• Volate a volandia
innescare una vite, condizione estremamente critica (vedi sezione sulle chiusure e sugli assetti
inusuali).
Il secondo elemento che gioca un ruolo importante nel determinare la rapidità di risposta e
l'inclinazione dell'ala è, appunto, la velocità iniziale: come regola generale, tanto maggiore è la
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velocità iniziale, tanto più rapida è la risposta della vela e tanto maggiore l'inclinazione, a
parità di differenza tra i freni.
Vediamo e commentiamo insieme alcuni esempi immaginando di mantenere costante la
differenza tra i freni (diciamo pari a 20 cm) ma di trazionarli, entrambi, a differenti altezze.
VIRATA ALLA MASSIMA VELOCITÀ
Un freno è completamente rilasciato e l'altro è trazionato di circa 20 cm. È evidente che si
può giungere a tale posizione da almeno due differenti condizioni di volo rettilineo e, dunque,
distinguiamo i casi.
Partendo dalla massima velocità (entrambi i freni rilasciati) e trazionandone uno per 20 cm:
l'ala risponde rapidamente, inclinandosi in modo evidente ed il raggio di curvatura sarà più
stretto.
Partendo dalla massima efficenza (entrambi i freni trazionati di circa 20 cm) e rilasciandone
uno completamente: l'ala risponde un poco più lentamente di prima, per la minor velocità
iniziale, si inclina meno ed il raggio di curvatura è leggermente più ampio.
In entrambi i casi questa virata è idonea ad indurre cambiamenti di rotta precisi, anche se la
velocità verticale è, tra i diversi tipi di virata riportati in seguito, quella maggiore.
VIRATA INTERMEDIA
Un freno all'orecchio e l'altro alla spalla (differenza sempre pari a 20 cm circa). La minor
velocità da un lato aumenta il tempo di risposta e dall'altro riduce l'inclinazione dell'ala,
rispetto alla precedente. Questa virata consente una minor perdita di quota ed è quindi utile per
iniziare a sfruttare le correnti ascendenti, anche se non ancora ottimale in questo senso.
VIRATA DI MINIMA CADUTA
Partendo dalla velocità di minima caduta (freni all'altezza del petto o poco sotto) una mano
sale e l'altra scende creando la solita differenza di circa 20 cm tra i freni.Come possiamo
immaginare è la virata che consente la minor perdita di quota in assoluto ed è quindi quella
ricercata dai veleggiatori provetti; essa richiede, tuttavia, una notevole sensibilità: come
ricordiamo la velocità di minima caduta è, in volo rettilineo, molto prossima a quella di
pre-stallo. Partendo da tale posizione, una trazione troppo brusca od eccessiva del freno può
determinare unostallo d'ala (stallo asimmetrico) con conseguenze spiacevoli (se siamo vicini al
costone montano od al suolo anche molto pericolose) ed il pilota esperto è pronto ad alzare
entrambe i freni rapidamente quando inizia a percepire che l'ala "affonda".
ED IL PESO?
Con l'aumentare dell'allungamento dei parapendio, lo spostamento laterale del peso del pilota
nel sellino ha iniziato ad esercitare un effetto evidente sulle virate (anche senza l'impiego delle
sellette basculanti).
Similmente a quanto accade con il deltaplano, lo spostamento del peso del corpo a sinistra,
caricando maggiormente gli elevatori di sinistra, induce un modesto rollio ed un'accenno di
virata, senza che venga generata alcuna differenza nella trazione sui freni (anche su questi
apparecchi è percepibile l'imbardata inversa). L'esperienza ha insegnato che è utile, in termini
di rapporto tra raggio di virata e perdita di quota, accompagnare le virate di minima caduta con
lo spostamento del proprio peso verso la parte interna della virata stessa.
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DIFFERENZE DI RISPOSTA ALLA VIRATA
Negli esempi ora conclusi abbiamo immaginato di impiegare un'onesta ala di classe 1, ma la
difficoltà vera nel descrivere il comportamento del parapendio in virata dipende dal fatto che i
diversi modelli rispondono in modo anche molto differente a comandi di simile entità: per tale
ragione è molto importante "saggiare" le risposte di una nuova ala con manovre inizialmente
minimali e mai con comandi estremi.
In particolare un aspetto merita la nostra attenzione: l'inscindibile rapporto che esiste tra
inclinazione, raggio di curvatura e perdita di quota.
Come ben sà chi veleggia, il segreto per sfruttare le ascendenze più deboli è quello di effettuare
virate il meno inclinate possibile: in queste condizioni, infatti, il tasso di caduta è minimo ed
aumenta all'aumentare dell'inclinazione. A differenza di quanto accade in altre discipline, con il
parapendio l'inclinazione, data una certa differenza tra i freni, non dipende soltanto da noi, ma
anche dal progettista della vela.
Le prime ali si inclinavano notevolmente anche per piccole differenze tra i freni, mentre quelle
attuali rimangono "mirabilmente piatte" anche per differenze notevoli; evitate, tuttavia, di
metterle in spirale troppo bruscamente o di compiere virate esasperate: proprio per la loro
attitudine a non inclinarsi esse possono rispondere a sollecitazione estreme con uno stallo
asimmetrico, "figura" tutt'altro che rassicurante di cui parleremo in maggior dettaglio tra breve
(vedi).
ERRORI IN VIRATA E LORO
RECUPERO
La estrema semplicità con cui si compiono le virate in parapendio rende molto difficile
commettere errori gravi (escludendo, ovviamente, gli errori di traiettoria, come "centrare" un
campanile e simili): se ci limitiamo a virate non estreme ed indotte gradualmente è
semplicemente impossibile sbagliare.
Dal momento, però, che chi vola è spesso dotato di notevole fantasia, esaminiamo brevemente
alcuni casi particolari rimandando una loro trattazione più completa nella sezione dedicata alle
chiusure ed agli assetti inusuali (vedi oltre).
STALLO ASIMMETRICO (Stallo d'ala)
Sarebbe meglio chiamarlo stallo indotto da successive virate poichè in questo modo viene
involontariamente provocato dall'allievo che, presa un poco di confidenza col mezzo, è
completamente assorto nel tentativo di "galleggiare" il più possibile.
Egli si trova, quasi senza accorgersene, ad avere, semplicemente, entrambi i freni troppo
bassi, indipendentemente dalla differenza tra loro. A questa condizione si arriva, tipicamente,
dopo alcune virate e controvirate effettuate sempre abbassando ulteriormente ora un freno ed
ora l'altro senza rialzare adeguatamente quello che controlla, di volta in volta, l'ala esterna. In
alternativa risulta dall'abbassamento di un freno effettuato volando molto lenti (con un angolo
di incidenza elevato) e prossimi allo stallo.
È sufficiente riportare rapidamente entrambi i freni alle orecchie, pronti a controllare e
smorzare i successivi oscillamenti. Se la correzione non interviene tempestivamente, la
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situazione, specie con le ali ad alte prestazioni, evolve in una vite negativa.
VITE NEGATIVA
Di questo assetto, decisamente preoccupante e da evitare assolutamente, parleremo estesamente
tra breve. Basti dire che non viene eseguito nemmeno nell'ambito dei corsi di Sicurezza in
Volo, rivolti a piloti esperti ed eseguiti in condizioni di massima sicurezza (vedi).
CHIUSURA LATERALE
L'afflosciarsi di alcuni cassoni dell'ala esterna durante una virata può derivare da un errore
estremamente diffuso: lasciare completamente scaricato il freno esterno (magari desiderando
accellerare la virata) in presenza di turbolenze anche lievi. Specie con le vele più allungate,
mantenere una moderata compressione dell'ala esterna è un sistema eccellente per "prevenire"
tali sgraditi fenomeni.
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Capitolo 6 - IL VOLO CON IL PARAPENDIO
• Due parole sul
manuale
AVVICINAMENTO ED
•
L'organizzazione
ATTERRAGGIO
• Elementi
legislativi
Una volta presa la decisione di atterrare, si lascia la
• Appunti di
zona di volo per portarsi sull'atterraggio:
aerodinamica
naturalmente sapremo già quale circuito è in uso o,
• Cenni di
se siamo gli unici in volo, quale circuito abbiamo
meteorologia
deciso di adottare in base alle condizioni del vento e
• Il volo col
dell'atterraggio (vedi).
deltaplano
• Il volo col
Anche se la manovra di atterraggio vero e proprio
parapendio
non è diversa da quella appresa sul Campo Scuola,
• Il parapendio
dopo un volo alto esistono alcuni fattori nuovi che, se
ignorati possono generare almeno due errori che è
• Evoluzione
possibile (e doveroso) evitare.
strutturale
•
L'imbragatura
GRADIENTE DI VENTO
• Il paracadute
d'emergenza
Come sappiamo, vicino al suolo il vento viene
• Tecniche di
rallentato, nella sua corsa, dall'attrito con il terreno,
pilotaggio
generando, per un'altezza di alcuni metri (anche 20 o
• Al campo
30) un sensibile gradiente di vento. Il pilota che
scuola
Figura 6-21. Il gradiente di vento al suolo può trarre in inganno,
inducendoci ad un eccessivo (quanto rischioso) rallentamento in
ignora questo fatto e che scorda di valutare la velocità
• Lo stacco e il
prossimità del terreno. La soluzione: sentire la velocità di volo
"con le orecchie" ed in base alla posizione dei freni
volo
con le orecchie, anzichè valutarla con gli occhi.
anzichè "vederla con gli occhi", potrà avere
• Giochi con il
l'impressione di accelerare notevolmente e potrà
vento
quindi rallentare troppo la vela, giungendo alla velocità di pre-stallo (alto tasso di caduta) o, peggio,
• Voli alti
determinare uno stallo vero e proprio, rovinoso vista la bassa altezza.
• Il Volo
• La virata
Un sistema semplice per garantirsi da questo, tuttavia, è quello di non abbassare mai i freni oltre
•
l'altezza delle spalle durante il finale.
Avvicinamento
e atterraggio
Il gradiente di vento esercita un effetto anche sulle due ultime virate nell'avvicinamento a U: la semiala
• Autostabilità
più alta riceverà infatti più vento, causando una tendenza a "raddrizzare" la virata.
• perchè la
vela rimane
aperta
MANCATO ALLINEAMENTO CON IL VENTO
• Assetti
inusuali 1
L'importanza di allinearsi contro vento dipende, in primo luogo, dalla intensità del vento stesso: è
• Assetti
assurdo rischiare di perdere completamente l'assetto di volo, tentando virate "raso-suolo" (con
inusuali 2
consequenti pendolamenti), per giungere perfettamente controvento quando la manica indica una
• Stallo
debolissima bava. Molto meglio effettuare lo stallo finale con un buon assetto, anche se non
esattamente allineati.
• Paracadute e
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strumenti
• L'arte del
Se invece una folata di vento improvviso ci sospinge da dietro ed è oramai impossibile invertire la rotta,
veleggiare
teniamoci pronti ad una buona corsa e tentiamo di annullare, se non altro, la velocità verticale. Per fare
questo è necessario acquisire velocità (freni rilasciati) ed attuare una richiamata progressiva ma molto
• Cenni di
decisa a circa 2 metri di altezza.
fisiologia
• Correzioni e
suggerimenti
TOP LANDING
• Volate a
volandia
Questo termine (letteralmente "atterraggio sulla
cima") indica un atterraggio compiuto non
necessariamente sulla vetta, ma anche su un pendio
montano che consenta di decollare ulteriormente.
Per i piloti di deltaplano si tratta di una manovra
impegnativa, che non tutti affrontano a cuor sereno o
per puro divertimento. Con l'eccezione di alcune zone
che sembrano "fatte apposta" (il mitico Monte Cucco
è una di quelle) è infatti necessario che l'atterraggio
avvenga "contro-pendio" e quindi a favore di vento
(anzichè controvento).
Con il parapendio, la cui vela è sufficientemente
distante dal pilota da non rischiare un prematuro
contatto con il suolo, è invece possibile atterrare di
traverso (e, fateci caso, su ogni pendio esiste sempre
una linea trasversale perfettamente piana).
Figura 6-22. Il Top Landing deve essere effettuato individuando
una linea "pianeggiante" (che taglia trasversalmente il pendio)
Ogni ampio decollo può quindi fungere anche da
priva di ostacoli.
campo di atterraggio, posto che non vi siano rocce od
alberi a renderlo pericoloso e, se la giornata consente di mantenere la quota o di guadagnarne, diventa
allora possibile compiere più voli, intervallati da brevi soste ristoratrici.
L'avvicinamento viene fatto, dopo aver individuato la "linea di atterraggio", evitando di puntare
direttamente alla montagna, ma accostandosi ad essa secondo una linea quasi parallela che ci avvicini
gradualmente; dovrebbe sempre essere possibile compiere una virata di 90 gradi verso valle per
riprendere il volo senza problemi se le condizioni sono meno che ottimali (vento troppo sostenuto,
turbolenza, ecc.)
L'atterraggio avviene normalmente ma, specie in presenza di vento, la perfezione vorrebbe che, un
istante prima di toccare terra, lo stallo di arresto fosse leggermente asimmetrico, in modo che la vela si
giri controvento nell'esatto momento in cui si atterra.
Mentre solo la pratica potrà perfezionare quest'ultimo aspetto, bisogna sapere subito che è un grosso
errore tentare di atterrare in salita: contrariamente alle impressioni, infatti, non sarà possibile correre
per esaurire la velocità residua (che, grazie al vento di spalle non è certo bassa) e ci si incasserà
malamente contro il pendio.
Con un vento dolce e laminare il top-landing è piuttosto semplice e può essere affrontato dopo il
perfezionamento dell'atterraggio in pianura; per contro, in presenza di ascendenze termiche, a ridosso
del terreno vi sono spesso notevoli turbolenze che rendono molto impegnativa (se non addirittura
fortunosa) la manovra.
TOUCH AND GO
Dopo aver perfezionato il top-landing ed essere riusciti ad arrestarsi con la vela controvento, è possibile
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mantenerla in volo, fare alcuni passi e decollare di nuovo. Non vi sono davvero limiti a ciò che un
pilota esperto può fare su un ampio e morbido pendio esposto ad un vento laminare: ad esempio può
mantenere un certo carico sulla vela alleggerendo il proprio peso fino a pochi chilogrammi e fare ampi
balzi. Ma attenzione! Tentare le stesse cose su un pendio scosceso, con sassi, alberi o, peggio ancora,
rocce, è invece decisamente pericoloso e deve essere assolutamente evitato. Ancora una volta siamo
chiamati a discriminare con intelligenza, per mantenere i margini di sicurezza sempre ai massimi livelli.
ATTERRAGGIO IN ACQUA
Gli atterraggi in acqua sono da considerare potenzialmente pericolosi, a meno che siano stati previsti e
che, oltre ad un pronto recupero con barca a motore, il pilota sia stato fornito di opportuni presidi
galleggianti.
Capita invece che qualcuno "finisca in acqua" per errore, avendo previsto di atterrare sulla spiaggia.
Questa evenienza, meno rara di quanto possa sembrare, può dipendere dalla cattiva valutazione del
gradiente del vento che, sulle spiagge, ha un'effetto ancora maggiore (comunque, più negativo) rispetto
agli atterraggi nei prati. Sulla spiaggia, infatti, il vento è in genere laterale, proveniendo dal mare; ecco
quindi che, per volare sulla verticale della spiaggia, dovremo tenere una rotta più o meno rivolta verso
il mare (per contrastare la deriva dovuta al vento stesso). È evidente che, se il vento cala (come accade
avvicinandosi al suolo per il già citato gradiente) quello stesso angolo che prima ci permetteva di
avanzare "sopra" la spiaggia, può risultare eccessivo, e farci finire in acqua.
Atterrare sulla spiaggia in presenza di vento significa quindi correggere l'angolo di deriva, man
mano che il gradiente fa sentire i suoi effetti.
Se l'ammaraggio è indispensabile, la cosa più importante sarà liberarsi dall'imbrago; ancora in volo
inizieremo ad aprire il pettorale, poi ci concentreremo sullo stallo finale, che dovrà essere leggermente
anticipato in modo da far fermare la vela dietro di noi e non sulla verticale (in acqua non si possono fare
passi in avanti).
Fatto questo ci si libera dai cosciali e si esce dall'imbrago: solo dopo tale operazione si potrà pensare,
se immediatamente possibile, a recuperare anche la vela.
Figura 6-23. Il gradiente di vento su una spiaggia ha il perverso effetto di "attirare" la vela verso l'acqua: per evitare ciò si deve ridurre
l'angolo di deriva man mano che ci si avvicina al suolo.
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Capitolo 6 - IL VOLO CON IL PARAPENDIO
• Due parole sul manuale
AUTOSTABILITÀ, CHIUSURE
• L'organizzazione
• Elementi legislativi
ED ASSETTI INUSUALI
• Appunti di aerodinamica
• Cenni di meteorologia
• Il volo col deltaplano
Ci occuperemo, in questa ultima sezione dedicata al parapendio, ad esaminare alcuni
aspetti peculiari di questo mezzo, fornendo un'interpretazione aerodinamica di ciò che
• Il volo col parapendio
accade.
• Il parapendio
• Evoluzione strutturale
Iniziamo proprio dall'analisi delle principali differenze tra l'ala "molle" e le ali rigide per
• L'imbragatura
quanto riguarda l'immissione ed il mantenimento delle virate.
• Il paracadute d'emergenza
• Tecniche di pilotaggio
Vedremo poi i meccanismi preposti al mantenimento dell'autostabilità del mezzo
(condizione indispensabile perchè un velivolo possa librarsi in sicurezza) per concludere
• Al campo scuola
con una rassegna di quegli assetti che, un tempo, venivano semplicemente definiti
• Lo stacco e il volo
chiusure e che hanno, invece, ricevuto sufficiente attenzione ed analisi da poter essere, in
• Giochi con il vento
qualche modo, standardizzati.
• Voli alti
• Il Volo
• La virata
COME VARIANO LE FORZE IN
• Avvicinamento e atterraggio
• Autostabilità
VIRATA?
• perchè la vela rimane aperta
• Assetti inusuali 1
La prima, evidente, differenza che si riscontra tra il parapendio e gli altri veleggiatori è la
• Assetti inusuali 2
notevole distanza che esiste tra il baricentro dell'insieme ala+pilota (che coincide, in
• Stallo
pratica con il pilota stesso) ed il centro di spinta, situato nella zona centrale dell'ala
stessa: tale distanza è superiore alla lunghezza totale del mezzo!
• Paracadute e strumenti
• L'arte del veleggiare
Come vedremo, proprio questa caratteristica, che fornisce la principale base per
• Cenni di fisiologia
l'autostabilità, influenza anche le forze in virata; cerchiamo di immaginare come.
• Correzioni e suggerimenti
Durante il volo rettilineo le quattro forze fondamentali si oppongono a due a due, e la
• Volate a volandia
distanza esistente tra baricentro e centro di spinta è responsabile della tendenza al
pendolamento longitudinale.
Azionando un freno la semiala interna rallenta (l'ala tende ad imbardare) e nel frattempo
si inclina: siamo in quella condizione che, senza una cabrata, dovrebbe determinare la
scivolata d'ala. Invece accade qualcos'altro (visto che, con rarissime eccezioni, nessuno
cabra e pochi scivolano): verosimilmente accade che il brusco rallentamento della
semiala, determina un rallentamento della velocità media dell'intiera ala mentre il pilota
(appeso 4 o 5 metri più sotto e dotato di inerzia assai maggiore, perchè più pesante)
tende a proseguire dritto per la sua strada. I cavi si tendono e la "deviazione" di
traiettoria che impongono al pilota non innesca un pendolamento longitudinale, perchè
l'ala stessa è inclinata: la deviazione genera invece una forza centrifuga, che viene
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notevolmente amplificata dalla distanza.
Semplicemente mantenendo la stessa posizione dei freni (e anche questo è molto
anomalo in aeronautica dove, in virata, i timoni sono perfettamente centrati e simmetrici)
la maggior resistenza che la semiala interna continua ad opporre alimenta la forza
centrifuga e mantiene "coordinata" la virata stessa.
Al momento di riprendere una traiettoria rettilinea il riallineamento dei freni, facendo
cessare la maggior resistenza dell'ala interna, determina un'imbardata "raddrizzante", e
conferendo ugual portanza ad entrambi le semiali determina la orizzontalizzazione.
Senza la necessità di compiere alcuna manovra particolare il pilota (sul quale ha smesso
di agire la forza "deviatrice" e quella centrifuga) ritorna sotto la verticale dell'ala,
obbedendo alla legge di gravità.
AUTOSTABILITÀ
Con il termine AUTOSTABILITÀ si intende la capacità dell'apparecchio di
riacquistare autonomamente (e mantenere) un assetto di volo rettilineo (in
condizioni di aria calma), nonchè la capacità di opporsi a manovre tendenti a turbare
tale assetto, in maniera tanto più forte quanto più esasperata è la manovra.
Anche il concetto di stabilità ruota intorno ai tre assi che individuano i possibili
movimento nello spazio.
STABILITÀ LONGITUDINALE (SULL'ASSE
TRASVERSALE):
Un ala stabile longitudinalmente è un ala che reagisce alle picchiate "tentando" di
cabrare, ed alle cabrate "tentando" di picchiare.
Se si considera che, nel parapendio, la velocità di trim (cioè la velocità che l'ala assume
in assenza di interventi da parte del pilota) coincide con quella di massima velocità
(nessuna azione sui freni) allora l'apparecchio risulta longitudinalmente stabile, ma
soltanto entro limiti ben definiti.
Infatti, partendo dalla posizione di trim e frenando, si deve esercitare uno sforzo tanto
maggiore quanto più si frena (chiaro segno dell'opposizione autostabilizzante dell'ala).
Questo fatto, però, è progressivo ma non continuo: ad un certo punto, superata la
posizione di stallo, la vela si chiude e non si oppone più alla nostra trazione sui freni.
È stato superato un limite di autostabilità.
Anche la manovra opposta dà risultati simili, ma con un'escursione molto minore:
partendo dalla velocità di trim ed esercitando una trazione sugli elevatori anteriori, si
osserva una ulteriore accelerazione e, contemporaneamente, una forte opposizione alla
trazione stessa. Aumentando ulteriormente la trazione il bordo di attacco, si chiude
(collasso simmetrico) e gli elevatori non offrono più alcuna resistenza. È stato superato
l'altro limite di autostabilità.
In pratica, quindi, il parapendio è longitudinalmente autostabile in una gamma ben
precisa di assetti e di velocità, gamma che non deve mai esser essere superata (mai
trazionare gli elevatori anteriori, mai portare i freni al sellino durante il volo).
Bene, con quale meccanismo viene garantita questa, sia pur limitata, autostabilità?
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Con il meccanismo del bilanciere.
In primo luogo bisogna dire che vela e
pilota (i due elementi in gioco) hanno
caratteristiche cosi differenti (uno
tozzo e pesante, l'altra ampia e
leggerissima) che tendono a disporsi in
posizione verticale (allineati, cioè, alla
forza di gravità e con i cavi in trazione)
anche con la vela collassata: è questa
la realtà fisica che stà alla base
dell'apertura dei paracadute da lancio e
d'emergenza; il pilota libera la vela
che, ancora accartocciata, tende
comunque a cadere più lentamente,
dandogli l'impressione che si allontani
celermente verso l'alto; man mano che
il tessuto si dispiega offre una
resistenza sempre maggiore e, se non
vi erano errori di ripiegamento, si apre
con un gran botto, consolidando
definitivamente la verticalità tra ala e
Figura 6-24. La distribuzione dei carichi dipende direttmente
dalla lunghezza dei cordini.
pilota.
Questo fenomeno da solo non può essere propriamente definito "autostabilità
longitudinale", ma costituisce la base, il requisito preliminare, di quest'ultima, perchè
permette di considerare il pilota come se fosse semplicemente appeso ad un corpo posto
sopra di esso.
A questo punto interviene il meccanismo del bilanciere. L'angolo di incidenza dell'ala in
volo (a freni rilasciati) dipende infatti dalla lunghezza relativa dei cavi anteriori e di
quelli posteriori, nonchè dal disegno del profilo alare: nel parapendio tali lunghezze sono
calcolate in modo che circa il 70% del peso del pilota gravi sugli elevatori anteriori ed il
restante 30% su quelli posteriori.
In assenza di sollecitazioni questa distribuzione determina l'angolo di massima velocità.
Esercitare una trazione sugli elevatori posteriori, a questo punto, ha l'effetto di
ridistribuire il peso del pilota fra cavi anteriori e posteriori a favore di questi ultimi:
l'unico modo di spostare il carico, tuttavia, è quello di "appendersi" con le braccia agli
elevatori ed il numero di chili "spostati" dipende esattamente dalla forza con cui ci
"appendiamo". Qualche chilo di trazione corrisponde a qualche chilo "spostato" dai cavi
anteriori ai posteriori; è quindi abbastanza evidente che esiste una proporzionalità tra
entità dello sforzo da compiere ed effetto: maggiore l'effetto maggiore lo sforzo, il
principio dell'autostabilità.
Il discorso non cambia considerando l'ipotesi di "appendersi" agli elevatori anteriori ma,
visto che questi portano già il 70% del carico, non possiamo attenderci di caricarli
ulteriormente senza che la vela chiuda; al contrario è possibile caricare parecchio quelli
posteriori e anche questo fatto è coerente con la normale tecnica di guida: tutte le
manovre, nel parapendio, si riducono ad una maggiore o minore azione sui freni.
A proposito di freni ... nel nostro esempio abbiamo parlato di elevatori posteriori per
semplificare la già complessa situazione ma, se è vero che si può pilotare un parapendio
utilizzando questi ultimi, è anche vero che di solito si usano i freni.
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STABILITÀ LATERALE (SULL'ASSE
LONGITUDINALE):
Lo stesso ragionamento esposto prima vale anche per la stabilità laterale, con la
differenza che, in questo caso, la lunghezza dei cavi è perfettamente identica e
simmetrica: il risultato, ovvio, è che il pilota-peso si stabilizza al centro, con scarse
possibilità di oscillare rispetto alla vela, dati i numerosi punti di aggancio. L'insieme
vela-pilota può invece pendolare lateralmente ma, ancora una volta il peso-tutto-in-basso
tende col tempo a smorzare le oscillazioni (proprio come accade a quel pupazzo
gonfiabile detto "Bobo-sempre-in piedi" con cui molti hanno giocato da piccoli): si tratta
dunque di una condizione tendente alla stabilità.
È invece totalmente impossibile (oltre che privo di senso), cercare la ragione della
autostabilità laterale del parapendio considerando solo la vela e non il pilota: la sua
campanatura, grossomodo assimilabile ad un diedro negativo, ne fa un'ala instabile per
eccellenza; per questo, a differenza di quanto accade a volte con i deltaplani, non vedrete
mai un parapendio "prendere il volo" senza pilota.
STABILITÀ ROTATORIA (SULL'ASSE
VERTICALE):
La stabilità orizzontale deriva dal fatto che la linea di avanzamento "normale" è anche
quella che offre di gran lunga meno resistenza: gli stabilizzatori e la campanatura, infatti
creano immediatamente una notevole resistenza se l'ala tende ad imbardare. Inoltre,
proprio per la presenza della campanatura, il vento relativo che giunge di traverso (come
avviene, appunto, durante un'imbardata) investe il bordo d'attacco con angoli di
incidenza diversi: questo rende differente il contributo dato dalle due semiali alla
portanza con un effetto "raddrizzante". In alcune ali, infine, è evidente una certa
"freccia" che contribuisce anch'essa alla stabilità rotatoria, come per altri veleggiatori.
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